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OK MUSICA: FUORI "IL CUORE E L'ABAT-JOUR", IL SINGOLO D'ESORDIO DI INNOCENTE

News inserita il 28-04-2020 - Oksiena - Rubrica OK musica

Il cantautore pugliese, che vive e studia a Siena, fa il suo debutto discografico

                        

Da mezzanotte è disponibile su tutti i digital stores il singolo d’esordio Il cuore e l’abat-jour di Giorgio Innocente (in arte Innocente). Il brano, scritto dal cantautore pugliese e arrangiato insieme al produttore Vladimiro Boccia, è uscito per l’etichetta CinicoDisincanto in collaborazione con Pezzi Dischi. Oltre a dedicarsi alla sua passione per la musica, Innocente studia Economia dell’Ambiente e dello Sviluppo all’Università di Siena ed è attivista del radicamento senese del movimento globale FridaysForFuture. In riferimento alla sua personalità nel corso dell’intervista ha fatto questa affermazione: «Io dico sempre una cosa del mio carattere: vivo per il palco, ma in un ristorante prendo il tavolo in fondo alla sala. Sono sempre stato un po’ così; vivo dall’essere al centro dell’attenzione al non voler essere al centro dell’attenzione».
 
Qual’è stata la tua formazione musicale?
 
Ho iniziato a prendere lezioni private di pianoforte a nove anni. Mi sono reso conto di amare quello strumento e dunque ho iniziato a studiarlo al Conservatorio fino all’ottavo anno. Oltre a ciò ho sempre avuto la passione per il canto; ho cominciato a cantare più o meno qualche anno dopo l’inizio con il pianoforte. Ho frequentato per due anni l’Accademia di Albano Carrisi a Cellino San Marco, dove ho conosciuto Cinzia Corrado, la vincitrice della categoria “Nuove Proposte” dell’edizione del 1985 del Festival di Sanremo, che era la mia insegnante. In concomitanza suonavo in varie cover band dei Negramaro, Coldplay, Muse, di tutto…Gradualmente ho scoperto anche la mia passione per il jazz, che ho deciso di studiare. Ad un certo punto mi sono accorto di avere una buona predisposizione per la scrittura, sia di testi che musicale e dunque, da un giorno all’altro (sono piuttosto drastico nelle mie decisioni) ho detto:«Basta con le cover band, non le faccio più». E mi sono chiuso due anni e mezzo a scrivere.

                        

 
Quando hai scritto il tuo primo brano?
 
Ho scritto il primo brano sette anni fa circa con una cover band, fu un gioco fondamentalmente. Da più o meno tre anni ho iniziato seriamente. Quando ho preso la decisione di non suonare più nelle cover band ho creato il mio “studietto” dove la sera mi mettevo a comporre e non ho più fatto esibizioni dal vivo, infatti ho sofferto tantissimo perché il live è una dimensione fondamentale. In questi tre anni le influenze accumulate nella mia musica sono state assurde e ancora oggi la situazione non è definita. Sono un pianista e quindi il mio approccio è fondamentalmente pianoforte e voce. Fino a qualche tempo fa ero restio nei confronti dell’elettronica, ma adesso mi sto avvicinando un pochino; nell’EP che uscirà non c’è musica elettronica, però ci sono delle sonorità elettroniche (curate dal produttore Vladimiro Boccia che collabora per Pezzi Dischi). Inoltre avendo la passione per il jazz ne ho ascoltato parecchio, ma la mia voce è di impostazione più cantautoriale, non sono un jazzista; per esserlo ci vorrebbero dieci pianisti come me.
 
Nei tuoi brani c’è una particolare cura non solo della parte musicale, ma anche dei testi. Cosa vorresti comunicare con la tua scrittura?
 
Ho sempre ritenuto che lo scrittore dovesse fare entrare in un labirinto l’ascoltatore e che quest’ultimo dovesse trovare da solo la via d’uscita e il fatto che non ne esista solo una è la cosa bella; tu potresti percepire il brano in un modo differente dal mio. Se una canzone trasmette questa sensazione ovvero di poter essere interpretata in maniera differente a seconda dell’ascoltatore, significa che è un buon pezzo secondo me.
 
In effetti i testi dei tuoi brani sono fortemente polisemantici, possono assumere significati diversi a seconda della sensibilità personale.
 
Mi viene in mente Gitana, canzone che sarà contenuta nell’EP. C’è un verso: «Prendimi e vestiamoci da gitane per purificare l’incertezza delle cose». Ho sempre avuto quest’incertezza incredibile tra essere uno studente universitario e essere un musicista, un cantante, un cantautore. Quindi stavo tra le due cose e a volte sentivo di “vestirmi e svestirmi”, che significa lasciare indietro tutto ciò che è certo, che può essere l’università, per vestirmi di ciò che è incerto. Però ognuno lo potrebbe davvero interpretare come vuole.

                   

Prima hai accennato un po’ alle tue influenze musicali; quali sono i tuoi artisti preferiti?

Non ne ho uno in particolare, non ho mai avuto un cantante o un artista preferito, diciamo che ho varie “segmentazioni”. Nell’ambito cantautoriale moderno Colapesce, Dimartino e molti altri. Poi c’è un altro periodo, quello degli anni Settanta e Ottanta, in cui prendo ad esempio Sergio Caputo, di cui mi piace tanto la scrittura così enigmatica. I suoi musicisti poi, compreso lui, sono di un certo livello. Nel jazz mi ispiro a tutti i pianisti più bravi, ne ascolto tantissimi (ho iniziato recentemente a studiare pianoforte e jazz al Siena Jazz) quindi Errol Garner, Keith Jarrett, Oscar Peterson…A tutto questo ho poi aggiunto delle influenze un po’ più latin.
 
Cosa rappresenta la musica per te?
 
Potrei risultare banale, per me rappresenta tutto ciò che nella realtà non si riesce a fare, soprattutto nella società d’oggi, strapiena di convenzioni sociali, in cui però tutti vogliono fare gli anticonvenzionali. Pur avendo, da egocentrico, delle buone qualità in altri campi, credo che la musica sia la cosa che sono riuscito a fare meglio. Poi in confronto a tanti artisti mi sono sempre sentito molto molto molto piccolo. La musica ti dà la possibilità di uscire un attimo fuori o di rifugiarti all’interno di qualcosa. Allo stesso tempo è un modo semplice per esprimere un pensiero; i cantautori questo devono fare, devono cercare di rispondere anche a quelle che sono le situazioni attuali dal punto di vista sociale, politico… Il problema della musica oggi è che questi temi sono molto inflazionati, quando prima, negli anni Settanta, la musica era di denuncia vera.
 
Per te è importante affrontare questi temi nei tuoi brani? Mi riferisco anche a quello ambientale, visto che sei attivista del FridaysForFuture Siena.
 
Se fai il cantautore, e quindi hai l’obiettivo di essere più vicino alle persone, serve. Ed è anche intelligente, perché vuol dire che chi sta scrivendo ha una vaga idea di dove si trova. Il problema è che questi contenuti vengono un po’ banalizzati; oggi si sente parlare spesso di temi sociali, a volte giusto perché fa figo, non perché effettivamente il cantautore abbia una propria idea a riguardo. Nei miei brani ho inserito molto l’aspetto ambientale, l’aspetto sociale abbastanza; quando non ho qualcosa da dire o quando non so come dirlo soprattutto, perché poi la difficoltà nella scrittura dei testi è questa, preferisco lasciare un attimo da parte il pezzo e riprenderlo più avanti.


 
Parliamo dell'EP, da cui è stato estratto il singolo d’esordio uscito ieri a mezzanotte. Se tu dovessi usare tre parole per descriverlo quali sceglieresti?
 
“Faticoso” perché ho scelto i pezzi più rappresentativi degli ultimi tre anni e quindi all’interno è presente un’evoluzione. Da Mentiamo agli dei a Gitana c’è un abisso anche nelle percezioni, nelle influenze musicali, ho scoperto nuovi artisti, e dunque dentro sono riassunti tutti e tre gli anni. “Mutevole” perché rispecchia anche il mio carattere; non tendo a stare in un piccolo nucleo, mi piace cambiare, spaziare dalla scrittura più cantautoriale fino a passare ad un brano più spigliato e vivace con delle influenze latine. Utilizzo spesso anche la recitazione, non sono un attore però in piccole parti mi piace aggiungere il parlato. Infine “incompleto” perché ogni volta mi alzo e dico: “E se invece di questo brano mettessi quest’altro? Se ne aggiungessi un altro?”. Dunque sento che ci sono altre parti della mia persona che potrebbero starci dentro.
 
In riferimento alla difficile emergenza che l’Italia sta affrontando in questo momento, quanto è cambiata la tua vita da studente e da musicista?
 
La mia vita universitaria è cambiata, ma non in maniera così drastica perché comunque sono verso la fine degli esami. Se parliamo in maniera generica, è chiaro che ci sono state delle difficoltà poiché non erano preventivate, quindi l'università ha dovuto adeguarsi anche con grandissimi sforzi. La mia quotidianità non è cambiata tantissimo, ho sempre alternato un carattere piuttosto estroverso ed espansivo a momenti di profonda solitudine, che mi piacciono tantissimo e che mi danno la possibilità di leggere e di scrivere, di andare avanti con ciò che ritengo importante in egual misura, se non di più, rispetto all’università. Durante il giorno fondamentalmente faccio questo; dalle serie TV al silenzio più assoluto passato a pensare, leggere, scrivere, studiare pianoforte. Da artista ti posso dire che ha tagliato le gambe a tanti musicisti, che si trovano adesso in una situazione di disagio drammatica, in cui non possono suonare e cercano di far fruttare il tempo il più possibile, ad esempio creando nuove opere. C’è un mio carissimo amico, che è un cantautore anche lui, che ha detto: «Dopo questo coronavirus sono pronto con il nuovo disco».

Francesca Raffagnino

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