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ANDREA MARI “È” EMOZIONE NELL’ARTE DI CLAUDIA NEROZZI

News inserita il 13-10-2021 - Attualità

La pittrice senese racconta l’opera dedicata a Brio, esposta al Santa Maria della Scala nell’ambito di Cavalli d’Autore

Ha il volto etereo e guarda lontano, il Brio che Claudia Nerozzi ha dipinto nella sua ultima realizzazione artistica. Un tuffo al cuore trovarselo davanti agli occhi, Andrea Mari, raffigurato sul quadro, intitolato “È”, che la pittrice senese espone fino al 24 ottobre al Santa Maria della Scala (sale ex Refettorio) nell’ambito della splendida rassegna “Cavalli d’autore”, alla quale prende parte in compagnia di una prestigiosa lista di artisti nazionali ed internazionali, uniti dal fine benefico che anima questo ed altri eventi in favore della LILT Sezione di Siena. Colpisce, è inutile girarci troppo intorno, perché il dolore che ha accompagnato la tragica scomparsa dell’uomo e del fantino è un dolore ancora vivo, ma parimenti cattura l’attenzione dei visitatori della mostra per la pregevole fattura e i piccoli-grandi particolari (alcuni manifesti, altri da scoprire scrutando con attenzione la tela) attraverso le quali l’artista panterina ha voluto dare un taglio tutto suo al ricordo del campione sei volte vittorioso sul tufo di Piazza del Campo.
Claudia Nerozzi, perché la scelta di raffigurare Andrea Mari?
“Brio non è stato solo l’artefice di una splendida vittoria nella mia Contrada, è stato un amico e un grande estimatore dei miei dipinti. Ho sentito la necessità di pescare dentro le mie emozioni, di manifestarle, di esprimerle su tela nonostante siano tristi e dolorose: diversamente da altri miei quadri, stavolta il cavallo non è il soggetto ma un mezzo, un veicolo che vuol far condividere la testimonianza di due persone, una è Andrea, l’altra è Patrizio Salerno, che a me hanno dato tanto e che purtroppo non sono più qui con noi”.
Ha rappresentato un Brio immerso nelle forti emozioni terrene, circondato dalle mani festanti dei contradaioli, ma pure un Andrea Mari che si eleva dal contesto, in una sorta di distaccamento quasi spirituale…
“È la sintesi della natura di noi senesi, è il Palio stesso a mescolare sentimenti apparentemente opposti: in certi momenti siamo molto terreni, eppure altrettanto spirituali. Tutto ciò che riguarda Andrea è spiritualità, è oltre la cornice ideale rappresentata dai merli sopra l’Entrone. Il cavallo e le mani sono invece attaccamento terreno e toccano le emozioni, che sono istanti ma al tempo stesso eternità. È il presente che si lega alla storia, all’immortalità di fatti e di emozioni che grandi personaggi, in quella Piazza, ci hanno regalato”.
Accennava al cielo, il cielo di Siena…
“Un cielo unico e inimitabile, una visione per certi aspetti onirica che ci accompagna sin da bambini, quando alzando lo sguardo se ne notano il colore, particolarissimo, e la cornice che gli costruiscono attorno i tetti e le cime dei palazzi. Ho scelto come ambientazione il Cortile del Podestà, che costituisce un naturale e perfetto perimetro merlato: là dentro si concentrano le ultime preghiere prima della corsa e sopra, forse, passa anche la famosa Nuvola dei Senesi tanto cara a Tambus, quella su cui i nostri avi tornano a godersi il Palio, una bellissima metafora che mi accompagna sin da quando ero bambina”.
Ha le sembianze di un cavallo, quella nuvola. Si è ispirata a un barbero in particolare?
“Il manto del cavallo grigio, che nel corso degli anni è suscettibile di mutamenti cromatici, ricorda in effetti molto spesso il colore delle nuvole. Mi sono ispirata al grigio volante, Quebel, magari anche impressionata dal suo percorso paliesco, intenso e drammatico al tempo stesso: è un’ispirazione, ripeto, non si tratta di un suo ritratto vero e proprio”.
L’altro barbero raffigurato, invece, è Morosita Prima…
“L’ho ritratta nell’attimo immediatamente successivo alla vittoria ottenuta con Brio, nella Torre. Non so se per Andrea sia stata la vittoria più bella, e comunque non ho messo colori di Contrade nel quadro perché non c’è la volontà di riferirsi ad una ben specificata circostanza, l’ho scelta per l’impeto, le emozioni, l’adrenalina che caratterizzarono quella corsa”.
Spiccano i denti e il fascio di nervi sul muso di Morosita. Sono frutto di un lavoro anche anatomico sulla rappresentazione del cavallo?
“Il cavallo è il soggetto sul quale incentro gran parte del mio lavoro artistico e lo studio anatomico dell’animale ne fa oggettivamente parte. Di solito si punta a mettere in risalto l’eleganza, la plasticità, si rappresenta un soggetto quasi messo in posa, stavolta invece ho cercato di staccarmi dall’estetica, dall’armonia, ho provato a esprimere la fatica compiuta, la stanchezza, anche l’irritazione che il cavallo può manifestare di fronte ad atteggiamenti per lui non abituali quali l’avvicinarsi delle mani esultanti dei contradaioli, che nella visione dell’animale è qualcosa da scansare istintivamente. Volevo mettere in risalto la forza, il momento carnale che si vive in quei tre giri vissuti a folle velocità sul tufo”.
Sui lati del quadro sono tracciate due frasi riferite al Palio e a Piazza del Campo. Ce ne vuol parlare?
“Sono parole pronunciate da Patrizio Salerno, con la sua voce unica e inconfondibile, durante la diretta televisiva del corteo storico nel luglio del 2019. C’è qualcosa di profetico, a posteriori sconvolgente, in quella narrazione: si parla di un Palio che sopravvive a guerre, rivoluzioni, invasioni e pestilenze traendo forza dal sangue che scorre nelle vene dei senesi e dalle Contrade, e poi c’è il concetto dell’essere tutti quanti di passaggio in una Piazza che invece rimane sempre se stessa, con la speranza che non cambi mai. Patrizio era un carissimo amico, a cui devo molto: ci confrontavamo spesso sulla mia arte, ho avvertito, forte, il bisogno di renderlo parte integrante di quest’opera, che purtroppo non ha potuto vedere ultimata. Dentro di me sono certa che ne sia felice”.
E le aggiunte di tufo e seta?
“Ho inserito alcuni granelli di tufo che avevo raccolto durante il Palio di luglio del 2013, quando fui chiamata a dipingere il Drappellone. Li ho raccolti in una fialetta che è legata al quadro dai fili di seta avanzati dopo la rifinitura di quel Cencio, sono ancora macchiati dei colori che avevo utilizzato, sfiorano il cielo di Siena. Nel tufo sono impressi i passi degli uomini e gli zoccoli dei cavalli, ma sono anche racchiuse le speranze, le emozioni, fortunate o sfortunate che siano. Brio inviò un messaggio a Franco Masoni, che presentava il mio Drappellone, scrivendo “Voglio vincerlo io!”, per me fu una grande emozione: gli avvenimenti non andarono in quella direzione, ma Andrea, successivamente, lo ha sempre considerato un Palio decisivo per la crescita personale e di fantino, una sua vera e propria rinascita”.
Ha intitolato il suo dipinto “È”…
“Passato, presente e futuro sono concetti abbastanza labili quando si parla di Palio, nel Palio tutto è fluido, tutto è eterno. Credo nella forza, oltre che nel significato, di questo titolo. Andrea Mari non era, Andrea Mari è”.
Cavalli d’autore va in scena proprio nel momento in cui i musei, e gli artisti, tornano a pieno contatto con i visitatori. Che sensazioni prova?
“Lo scorso anno, purtroppo, le date della rassegna coincisero con le chiusure legate all’emergenza sanitaria e il pubblico, sostanzialmente, venne a mancare, adesso con la riapertura dei musei si respirano gioia e serenità, siamo tutti pervasi dal godere di una ritrovata quasi normalità. Credo che per tutti noi artisti siano sensazioni bellissime, considerato anzi il lungo periodo di restrizioni che abbiamo vissuto sembrano quasi sensazioni nuove.”

Matteo Tasso

Foto di Mauro Guerrini

 

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