LA LETTERA SUL DRAPPELLONE DELL'ASSUNTA: RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

News inserita il 13-08-2026 - Palio

Dopo le polemiche sul Cencio del Palio del 16 agosto, una riflessione sul rapporto tra arte, tradizione, identità senese e significato religioso

Riceviamo e pubblichiamo, dopo le polemiche e il dibattito suscitati dal Drappellone realizzato da Teodora Axente per il Palio dell’Assunta del 16 agosto, una lettera che pone al centro una riflessione sul rapporto tra arte, tradizione, identità senese e significato religioso del Palio dell’Assunta, invitando a interrogarsi su ciò che il Drappellone rappresenta e sul valore che assume per la città e per le Contrade.

"Ci sono momenti nei quali tacere significa accettare.

E davanti al Drappellone del Palio dell’Assunta 2026 credo sia giusto, con rispetto ma con altrettanta fermezza, dire: NO!

Non è una questione di essere moderni o antichi.
Non è neppure soltanto una questione di gusto.

La domanda è molto più profonda:
che cosa stiamo celebrando?
E soprattutto: chi stiamo onorando?

Il Palio del 16 agosto non nasce per celebrare un artista, una corrente pittorica o la provocazione culturale del momento.
È il Palio dell’Assunta.

Nasce dentro una storia nella quale Siena ha affidato se stessa alla Vergine, l’ha invocata, amata, dipinta, cantata e portata nel cuore per secoli.
Per questo il Drappellone non è semplicemente un quadro.

È il segno attorno al quale si raccoglie un popolo.
È memoria.
È identità.
È tradizione.
Ed è, prima di tutto, un omaggio alla Santissima Vergine Maria.

Ed è proprio qui che nasce il nostro dissenso.

Possiamo davvero chiamare libertà artistica qualsiasi rappresentazione, quando l’opera è destinata a un contesto che possiede una storia, un linguaggio e soprattutto un significato sacro?

L’arte può certamente inquietare, innovare, rompere schemi.

Ma quando entra nel sacro dovrebbe anche conoscere ciò che sta rappresentando.

Perché il sacro non è un pretesto sul quale esercitare la propria creatività.

L’Italia ha insegnato al mondo che l’arte può essere rivoluzionaria e, nello stesso tempo, elevarci.

Michelangelo non aveva bisogno di rendere irriconoscibile il sacro per essere immenso.
Duccio, Simone Martini, Giotto, Raffaello hanno attraversato i secoli perché la loro arte non cercava soltanto di stupire: cercava di sollevare lo sguardo dell’uomo verso qualcosa di più grande dell’uomo.

Questa è la bellezza che abbiamo ricevuto in eredità.

E Siena, forse più di tante altre città, dovrebbe ricordarlo.

E viene quasi spontaneo domandarsi che cosa avrebbe detto oggi quella piccola, immensa donna senese, la nostra amata Santa Caterina. Lei che non ebbe paura di parlare ai potenti, ai governanti e persino al Papa; lei che, quando erano in gioco la fede e ciò che riteneva vero, non conosceva il comodo rifugio del silenzio.

Santa Caterina certamente non avrebbe taciuto. E forse oggi ci ricorderebbe proprio questo: che si può parlare con rispetto senza rinunciare alla fermezza, perché difendere ciò che si ama non significa offendere qualcuno.

Significa avere il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.

Allora viene spontanea una domanda anche a chi ha scelto e approvato questo Drappellone:
era davvero questa l’immagine con cui Siena voleva rendere omaggio alla sua Madonna Assunta?

Perché chi decide un’opera destinata a un patrimonio collettivo e religioso non sceglie soltanto secondo il proprio gusto. Ha una responsabilità verso una città, verso la sua storia e verso quella fede dalla quale quella tradizione è nata.

E permetteteci anche una provocazione.

Alla Contrada che vincerà il Palio dell’Assunta 2026 chiediamo un gesto grande.

Un gesto che potrebbe entrare davvero nella storia del Palio:
non portate questo Drappellone in Contrada.

Semplicemente, lasciatelo lì.
Perché la vittoria appartiene alla Contrada, ai suoi uomini e alle sue donne, al cavallo, al fantino, alla sua storia e al suo popolo.

E forse proprio la Contrada vincitrice potrebbe compiere il gesto più bello: rinunciare al simbolo materiale per difendere ciò che quel simbolo avrebbe dovuto rappresentare.

Sarebbe un Palio senza precedenti.

La Contrada avrebbe ugualmente la sua vittoria, il suo onore, la sua festa.

Ma avrebbe conquistato qualcosa di ancora più grande: il coraggio di ricordare a tutti che non tutto ciò che è contemporaneo è necessariamente progresso e che non tutto ciò che viene definito arte deve essere accolto senza possibilità di critica.

Soprattutto quando entra in gioco il sacro.

Perché Siena può cambiare, l’arte può cercare nuovi linguaggi, i secoli possono passare.

Ma il Palio dell’Assunta porta nel proprio nome una promessa che non dovrebbe mai dimenticare:
quel Palio si corre in onore di Maria.

E se togliamo Maria dal cuore del Palio dell’Assunta, potremo conservare i cavalli, le Contrade, i tamburi, le bandiere e Piazza del Campo.
Ma avremo dimenticato perché, secoli fa, tutto ebbe inizio.

E quando un popolo dimentica il perché delle proprie origini, non perde soltanto un simbolo: perde lentamente anche se stesso.

Con fede, nel nome di Maria Santissima e della Verità."

Martina Piccini

 

 

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