Inserita il - Attualità Siena - Rubrica Pensieri e Parole
Un testo lungo, lo so. Ma chi c’era, si riconoscerà.
Cominciamo.
Eravamo adolescenti a Siena negli anni ’90, non avevamo un piano né un perché ma avevamo tempo, tempo da perdere, da riempire, da attraversare come veniva.
Ci bastava una giornata che sapeva d’estate, una scusa qualsiasi per uscire. Uscivamo, sempre perché fuori c’era tutto: la noia, l’imprevisto, gli altri. E in mezzo a quel tutto, volevamo esistere anche noi. Si pranzava in fretta e, con ancora la forchetta in mano e una scusa in tasca, si usciva.
La verità è che lo si faceva sempre, quasi mai chiedendo il permesso perché restare in casa, allora, non era contemplato. Non per ribellione, ma per natura, per istinto perché fuori c’era tutto il resto ossia la parte vera della giornata. La storia dell'amica malata funzionava sempre. Il cinema, ancora meglio: in quegli anni bastava a coprire qualsiasi piano, e a Siena la scusa reggeva, perché di cinema ce n’erano tanti: il Metropolitan, l’Odeon, il Fiamma, il Moderno. E poi c’era l’Impero che, diciamo… aveva una programmazione un po’ più audace; così audace che in fila, a volte, ci vedevi il tu’ nonno.
In realtà ci ritrovavamo tutti in Sala Giochi, di nascosto, ovviamente. Si entrava con poche monete in tasca e nessuna urgenza, si giocava a biliardino, si rideva, si facevano battute, intorno il rumore dei flipper, il Tetris che lampeggiava, il jukebox che partiva all’improvviso. E spesso si usciva con la maglietta sudata e le mani sporche di nero. A noi sembrava di fare chissà cosa, invece erano solo cose semplici ma bastavano per divertirsi davvero.
A casa, magari, storcevano il naso, la sala giochi non era ben vista, come se bastasse un gettone per rovinarsi la vita. Allora pareva quasi di stare dalla parte sbagliata quando invece… eravamo solo ragazzi, felici con poco. La sera rientravamo con la trama del film letta al volo dal cartellone, raccontata con la faccia seria e tanto bastava perché nessuno chiedeva altro. Dopo cena, il sabato sera, si andava al Ciba, il ristorante in Piazza del Mercato, con le tavolate piene di ragazzi, le voci che rimbalzavano, le battute troppo forti, le risate vere. Non esisteva l’aperitivo e nemmeno ci serviva, ci si ritrovava lì, semplicemente perché si sapeva che lì c’erano tutti. Si prendeva una pizza, si divideva una bottiglia di Galestro Capsula Viola e intanto si decideva cosa fare dopo, anche se alla fine si faceva sempre la stessa cosa.
Si andava nell’Onda a ballare. La Società diventava una discoteca con musica sparata, luci basse, bicchieri di plastica sui tavoli, la porta che si apriva e chiudeva in continuazione. E quell’aria di libertà improvvisata che bastava a farci restare ore. Non importava con chi eri arrivato, né se ballavi davvero, importava esserci e girare da un gruppo all’altro come se niente fosse. La domenica pomeriggio, non eravamo ancora stanchi, si prendeva il treno e si andava al Papillon. Un’altra pista, un altro giro, un altro ballo perché a quell’età avevamo ancora voglia di tutto e anche di ballare di nuovo, come se il weekend non dovesse finire mai. Qualche anno dopo, il giro si era allargato. Non c’erano più solo le Contrade, le Società, la pizza al Ciba, avevamo qualche libertà in più e un motorino che, pian piano, diventava una macchina scassata. Si cominciava dal Barone Rosso, per sentirsi grandi anche solo al bancone. Un saluto veloce a Luca, due chiacchiere, le prime birre, poi si scendeva dal Re Artù, che sembrava sempre pieno anche quando era vuoto e si cantava al karaoke come se ci fosse in palio la dignità. Dopo, se andava bene, si finiva al Robert the Bruce, una vera birreria, con i tavoli di legno, le luci basse e quella confusione giusta che faceva sentire grandi. C’era sempre qualcuno da salutare, una musica che riconoscevi, una birra da dividere in tre.
E in mezzo a tutto, la sensazione che qualcosa potesse succedere davvero e che fosse il momento giusto per esserci. La Birreria, in Piazza, quando si aveva voglia di restare fermi e parlare, con le bottiglie sul tavolo, le frasi mezze vere e la sensazione che quella, sì, fosse la nostra città. E poi c’era il Gallery, piccolo, affollato, inevitabile. Ci passavi, bevevi qualcosa, ti sistemavi i capelli con le mani, salutavi la gente e via. Non era un locale, era un passaggio obbligato, una dogana del sabato sera. Ci siamo cresciuti lì, tra la voglia di restare e quella di andare altrove, se non ci passavi ti sembrava di esserti perso qualcosa; anche se durava dieci minuti, bastava.
L’estate era Follonica, ci si andava perché ci piaceva, perché si stava bene, punto. Il treno faceva scalo a Montepescali e a noi pareva di aver fatto mezzo mondo. Il Bagno Pineta era il nostro Corso in costume, si girava avanti e indietro per ore, con gli zoccoli bagnati e i capelli salati e si rideva forte, si parlava piano, si faceva gruppo. Era bello e lo sapevamo. La sera si iniziava alla pista di pattinaggio. Era una tappa fissa, un punto di raccolta, di presenza, di gente, perché ai nostri tempi sapevamo fare tutto. Pattinaggio, gelato, sociologia da muretto e poi, in un attimo, pronte: vestite bene, carine senza sforzo, con poco trucco, la matita marrone messa come veniva, i jeans infilati al volo e stirati con le mani e il golf in vita per quando scendeva l’umido. Si entrava in Capannina con la consumazione stretta in mano e il più delle volte era un Invisibile, perché era moda, perché era nostro e perché reggeva tutta la notte. Qualche giorno si scappava al mare, sì, ma a la verità è che volevamo stare a Siena perché qui c’era tutto: gli amici, i posti, le voci, le sere. Era un piccolo mondo, ma bastava e a noi sembrava infinito.
Non c’erano filtri, né punturine, la nostra era una bellezza pulita, vissuta. La pelle abituata alle razzate prese al sole, alla sabbia, al sale, al vento in motorino, ma brillava lo stesso, forse perché eravamo felici o forse solo perché ci bastava quello che avevamo. Avevamo tutto quello che ci serviva, una città che ci teneva dentro, anche quando la sfidavamo, bella da togliere il fiato, ma mai vanitosa. Silenziosa e fiera, come certe madri che osservano da lontano. Ci lasciava sbagliare, scegliere, cambiare idea, ci accoglieva nei vicoli stretti, nelle piazze aperte, nei pomeriggi che sembravano eterni. Siena era lì. Sempre, anche quando volevamo scappare, era lei che ci teneva insieme senza far rumore, senza chiedere nulla ma dandoci tutto. E allora sì, oggi lo posso dire: grazie, Siena. Perché ci sei stata e perché, senza promettere nulla, ci hai dato la cosa più grande: la libertà di vivere, come veniva.
Qualcuno una volta mi disse che crescere a Siena significava avere la mente chiusa, che chi restava qui non avrebbe mai capito il mondo. Ma il mondo, noi, l’abbiamo imparato così: giocando seri, rispettando le regole non scritte, alzandoci in piedi davanti a un drappellone e in silenzio davanti a una sconfitta. Ci hanno dato radici, non catene, e con quelle radici, oggi, il mondo lo affrontiamo davvero. Con onore. Con misura. Con il cuore integro. Chi pensa che non basti…non sa cos’è, davvero, crescere forti.
Claudia Boschi