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VIVERE E STUDIARE A SIENA: CELEBRI STUDENTI ALL'ATENEO SENESE

News inserita il 22-03-2019 - Attualità - Rubrica Vivere e studiare a Siena

Prima classificata, secondo il Censis, tra le Università italiane per l’anno accademico 2018/19, l’Università degli Studi di Siena è una delle istituzioni che maggior lustro ha procurato e continua tutt’oggi a procurare alla città, ma la sua storia è molto più travagliata e incostante di quanto si possa immaginare.
Il primo riferimento a uno Studium senese si ha in un documento datato 26 dicembre 1240, nel quale veniamo a sapere che il Comune pagava i professori che vi insegnavano con le tasse versate dagli affittacamere degli studenti “fuori sede” che lo frequentavano. Composto all’epoca dalle sole Scuole di Diritto, Grammatica e Medicina, lo Studium senese (non ancora vera e propria Università) si vide riconosciuto lo status di Studium generale solo il 16 agosto 1357, quando l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo lo accolse a tutti gli effetti nel novero delle Università del Sacro Romano Impero.
Dopo gli anni travagliati della seconda metà del Trecento, durante i quali l’Ateneo senese fu chiuso più volte, un nuovo punto di partenza si ebbe il 7 maggio 1408, quando il pontefice Gregorio XII gli confermò i privilegi ottenuti e autorizzò l’insegnamento della teologia e la creazione di un collegio, la Casa della Sapienza, aperto nel 1415. Soprattutto questa innovazione permise all’Ateneo senese di accrescere il numero dei propri studenti, in quanto ai cittadini e agli abitanti delle zone limitrofe (tra i quali ricordiamo almeno i senesi Enea Silvio Piccolomini e il giurista Tommaso Docci; il fiorentino Niccolò Soderini, futuro gonfaloniere della Repubblica fiorentina; Roberto Cavalcanti, vescovo di Volterra nel decennio 1440-50) si aggiunsero un maggior numero di italiani provenienti da regioni lontane, basti pensare al poeta siciliano Antonio Beccadelli detto Il Panormita, e soprattutto di stranieri. È proprio a partire da questo momento che Siena vide l’arrivo di personalità europee quali l’umanista portoghese Luís Teixeira, nonno dell’omonimo cartografo che studiò col Poliziano e parente del re di Portogallo Giovanni II; il medico inglese John Clement, discepolo di Tommaso Moro e amico di Erasmo da Rotterdam; il commediografo dalmata Marino Darsa; il lituano Abraomas Kulvietis, uno dei padri della letteratura del suo Paese.
La presenza di un’università attiva favorì così tanto l’economia cittadina che, al momento della concessione di Siena a Cosimo I de’ Medici nel 1559, i senesi gli richiesero di prendersene cura preservandone rendite e privilegi, cosa promessa ma non mantenuta in quanto con il Granducato dei Medici prima e dei Lorena dopo venne privilegiata l’Università di Pisa a discapito proprio di quella senese, che così iniziò un periodo di forte declino che perdurò tra Seicento e Ottocento, ma nonostante ciò fondò nel 1588 la prima cattedra universitaria di “lingua toscana” affidandola al suo ex studente Diomede Borghesi (al quale succedette nientemeno che Celso Cittadini) e formò diversi allievi che col tempo avrebbero raggiunto l’apice nei vari campi del sapere, quali Fabio Chigi (futuro papa Alessandro VII); il letterato Girolamo Gigli; l’economista Sallustio Bandini; il medico Paolo Mascagni; il linguista e sinologo Antonio Montucci; l’architetto Agostino Fantastici.
Fortemente collegate con l’Università erano le Accademie che, con il compito di sostenere e diffondere la conoscenza storica, letteraria e scientifica, furono fondate tutte da allievi dell’Ateneo cittadino come il letterato Antonio Vignali detto l’Arsiccio (Intronati), il botanico Pirro Maria Gabrielli (Fisiocritici) e il giurista Girolamo Benvoglienti (Filomati, confluiti negli Intronati nel 1654).
Un importante interlocutore con l’Università era anche il Collegio Tolomei, fondato il 25 novembre 1676 su lascito testamentario di Celso Tolomei e pensato come luogo d’istruzione per i nobili senesi ma che immediatamente aprì le porte a numerosi convittori italiani e stranieri giunti in città per apprendere le materie letterarie (i già nominati Girolamo Gigli e Antonio Montucci vi tennero rispettivamente le cattedre di lingua toscana e di inglese).
Con il suo passaggio sotto il controllo del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1862, l’Università di Siena rischiò la soppressione su proposta del ministro Martini, contro la quale il 29 gennaio 1893 le varie associazioni liberali e le Contrade insorsero organizzando una manifestazione in Piazza del Campo.
Scampato il pericolo di soppressione, le difficoltà non terminarono per l’Ateneo senese, in quanto con la Riforma Gentile del 1923 esso fu inserito in quelli di seconda fascia, quindi obbligato a procurarsi personalmente i fondi per sostenersi. Nonostante ciò, fu proprio in questo periodo che esso trovò l’impulso per ampliarsi e la cui punta di diamante (la Facoltà di Giurisprudenza) formò alcune delle menti più lucide vissute a cavallo tra XIX e XX secolo, quali Pietro Rossi, Fabio Bargagli Petrucci, Armando Sapori, Carlo Rosselli, Randolfo Pacciardi e Mario Bracci.
Nel corso del Novecento l’Ateneo senese si è ampliato sempre di più, fornendo una vasta offerta formativa che esplose soprattutto con l’inizio degli anni Settanta, quando il vecchio Studium senese imboccò la via dell’espansione assumendo una maggior dinamicità, e richiamando un sempre maggior numero di studenti per conseguire la laurea (si vedano ad esempio la cantante senese Gianna Nannini e il microbiologo Rino Rappuoli, direttore scientifico della GSK e premiato con il conferimento della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica nel 2005 e con la Medaglia d’Oro Albert Sabin nel 2009) o il dottorato di ricerca (come lo scrittore e sceneggiatore Alessandro D’Avenia).
In una società come quella italiana dei nostri giorni, nella quale si accusa giorno dopo giorno un impoverimento culturale, le parole pronunciate per l’inaugurazione dell’anno accademico 1988-1989 (il 748° dell’Ateneo senese) dall’allora rettore Luigi Berlinguer dovrebbero servire come monito e come sprono per le istituzioni politiche odierne: «Chi costruisce il futuro semina uomini, la vera grande risorsa di un paese. […] Saranno la cultura, la scienza, la tecnica, la solida preparazione degli uomini, la loro capacità inventiva a garantire progresso e benessere».

Michele D’Ascoli

 

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