VINCENZOBOCCIARELLI

VINCENZO BOCCIARELLI: "SIENA È STATA LA SCINTILLA PER LA MIA ARTE"

News inserita il 30-04-2020 - Attualità

L'attore in riferimento al suo Home Theatre in diretta su Facebook e YouTube ha detto:«Nel mio piccolo ho cercato di mandare un messaggio importante, che è quello di trasformare il disastro, questo senso di morte, di fine, questa inattività in vita, in generosità». 

 


Guido Cavalcanti, Beppe Costa, Giovanni Pascoli, Alfonso Gatto, pezzi di letteratura italiana e mondiale, antica e moderna, recitati da un attore dalla formazione e carriera di tutto rispetto; questo è il Bocciarelli Home Theatre, uno show a puntate che prende vita settimanalmente sul palco di Facebook e YouTube, un appuntamento a cadenza regolare con la cultura più raffinata e con l’arte grazie ad un relatore d’eccezione: «C’è un po’ di tutto, mi piace fare questa sorta di volo acrobatico nei vari periodi, anche per accontentare il pubblico che è vasto. […] Ma è talmente ampio il panorama che a volte mi sento male; che faccio oggi? Alfieri o Manzoni oppure Quasimodo? No aspetta, Pascoli. No, Italo Calvino». Uno spettacolo da non perdere ideato da un artista che ha studiato recitazione al Piccolo Teatro d’Europa di Milano, diretto da Giorgio Strehler, e ha partecipato a grandi produzioni teatrali e cinematografiche, tra cui ricordiamo L’inchiesta (2006), regia di Giulio Base e distribuito dalla 20th Century Fox e la serie televisiva Orgoglio diretta da Vittorio De Sisti, andata in onda su Rai Uno dal 2003 al 2006. Recentemente Vincenzo Bocciarelli è stato anche scelto insieme ad altri 99 artisti italiani per la campagna #Italiapiùbella, nata da un’idea di Anthony Peth che coinvolge eccellenze della musica, della danza, del teatro, della moda, del design e del giornalismo a sostegno del Made in Italy.
 
Com’è nata l’idea del Bocciarelli Home Theatre?
 
Ero appena rientrato a Roma prima del lockdown proprio da Siena, dove per fortuna sono riuscito a trascorrere un po’ di tempo con i miei genitori, che sono la cosa più importante della mia vita. Stiamo girando un film o è la realtà? Per tutti noi sono stati ovviamente attimi di grande apprensione e stupore, ma nel momento stesso in cui è stato comunicato dai telegiornali che saremmo dovuti restare in casa (per un mese all’inizio, poi ho intuito che la quarantena sarebbe dovuta durare molto di più) è stato come un campanello; ho reagito a questo senso claustrofobico, perché io soffro anche un po’ di claustrofobia. L’arte, la poesia, il teatro si sono ancora una volta dimostrati miei fedeli compagni di vita, miei fedeli sostenitori e subito mi si è acceso questo campanello, confrontandomi anche con alcune persone strette attorno a me. È iniziato come un incontro quotidiano, ho scelto un titolo in inglese, Bocciarelli Home Theatre, perché ho un pubblico anche estero avendo partecipato in film prodotti dalla Move On, distribuiti in circa quaranta paesi nel mondo. Inoltre ho i miei fan in India, lavoro spesso nella cinematografia anche indiana. Nasce dunque questo Bocciarelli Home Theatre, in maniera anche molto spartana con il mio cellulare e dalla stessa postazione. All’inizio trasmettevo tutti i giorni, ma era anche molto faticoso perché sono un po’ un perfezionista e per me il pubblico regna sovrano, si deve entrare in quella forma mentis di rispetto. Come diceva Shakespeare, immagina che questa O di legno, questo zero sia il palcoscenico più grande, più imponente. Se fai una cosa devi sì tenere conto del limite delle possibilità, ma mettendoci sempre il massimo. A man a mano è stato un successo incredibile con tantissime visualizzazioni su Facebook. Mi è venuta poi l’idea di inserire le puntate nel mio canale YouTube che sta crescendo a vista d’occhio. Non è che siano argomenti nazionalpopolari, nonostante il nostro paese sia sensibile all’arte, al teatro… Non sono tanti quelli che fruiscono o hanno i sensori allenati, rodati anche per capire un inizio di puntata, come per esempio quando ho rievocato i riti eleusini, quelli che venivano fatti nell’Antica Grecia ed erano una specie di rito di stordimento per raggiungere quella connessione con l’assoluto. Eppure queste sono cose che penso nelle scuole si insegnino, si studino ma poi, presi da mille distrazioni, sempre ovviamente inseguendo questa famosa ricerca della materialità e della concretezza, siamo distratti dallo sviluppare un dialogo e una connessione con quelle che sono le forme d’arte. Ho iniziato a creare questo appuntamento con il Bocciarelli Home Theatre e dopo, mi sembra, un paio di settimane il Bocciarelli Art Home Theatre dove ho messo a punto questa idea di realizzare un quadro in diretta. Sono un maestro d’arte, ho studiato all’Istituto d’Arte Duccio di Buoninsegna a Siena e come si dice “Impara l’arte e mettila da parte”. Benché non l’abbia mai messa da parte, ho sempre dipinto ma non ho mai reso la cosa così tanto pubblica perché la ritenevo qualcosa di intimo.

Che messaggio vorrebbe comunicare con questa iniziativa?
 
Questa quarantena mi sta insegnando a mettere a fuoco tutte le mie potenzialità e sarebbe un periodo particolarmente bello, se non ci fosse la distanza dai miei cari, la situazione di crisi, il dolore. Spesso mi sono commosso da solo, anche durante i programmi, perché ti senti impotente e proprio per questo, ad un certo punto, ho cercato nel Bocciarelli Art Home Theatre di devolvere il ricavato delle opere per l’associazione Salvamamme a sostegno dell’emergenza Covid e questo mi ha dato una grande gioia. Mi sono sentito felice di regalare la mia arte di intrattenimento attraverso il teatro, la poesia, il dialogo con i fan; le risposte mi riempiono di gratitudine e di affetto. In tutto questo una casa editrice molto importante di Roma, a cui è piaciuta l’idea del Bocciarelli Home Theatre, mi ha chiesto di fare un libro su questa avventura. Sarà un libro il Bocciarelli Home Theatre, edito da Accademia Edizioni ed Eventi. Ho invitato il pubblico a partecipare ad una sorta di concorso; le poesie, i brani, gli scritti più significativi faranno parte di questa pubblicazione. Mi infastidisce molto il fatto che in questo momento così difficile molte persone sfruttino questa pandemia per crearsi anche degli alibi. Nel mio piccolo ho cercato di mostrare che uno il lavoro se lo può creare. D’altronde i teatri devono restare chiusi, dobbiamo mantenere le distanze di sicurezza. Non bisogna rendere pretestuoso un momento così difficile e non impegnarsi a reagire. Oggi c’è la pandemia, domani potrebbe esserci un’altra calamità, come è successo anche in passato. Certo questa era fuori da ogni aspettativa, immaginazione, ci ha colti davvero impreparati però ho cercato di trasformare la situazione di difficoltà in qualcosa di benefico. Questo è il mio leitmotiv, il mio impegno nel quale ho creduto e sto credendo ancora; rimboccarsi le maniche e lavorare ancora di più senza disperdere energie nelle polemiche, nelle fake news, nelle negatività, nelle diatribe e nelle cattiverie. Ci serve essere uniti, cercare il più possibile di rispettarci, di avere attenzione. Vedo tanta gente senza mascherine nei negozi, che se ne frega. C’è sempre questa mancanza di diligenza, quasi a voler dimostrare di non avere rispetto dell’altro, perché la mascherina è per l’altra persona, poiché se sei un untore e non sai di esserlo, rischi di contagiare qualcuno. In questo periodo nel mio piccolo ho cercato di mandare un messaggio importante, che è quello di trasformare il disastro, questo senso di morte, di fine, questa inattività in vita, in generosità. Trasformare la morte in vita con l’arte.
 
Questo progetto è anche fatto di collaborazioni interessanti.
 
Per il Bocciarelli Art Home Theatre c’è una collaborazione con una nuova galleria senese, la Itaca Art Gallery, che mi ha aiutato in questa avventura e mi hanno supportato per le cose tecniche; la scheda tecnica del quadro, la selezione di tutte le varie email dal pubblico... Mi hanno dato una mano preziosa perché ovviamente da solo non si può fare tutto, è necessario affidarsi nella vita sempre a bravi professionisti, in qualunque campo. Ognuno il suo lavoro, non possiamo avere la presunzione di poter, voler far tutto. Inoltre c’è la collaborazione con l’associazione Salvamamme, che aiuta i bambini nati prematuramente o con problemi di salute e le mamme lasciate da sole, abbandonate. Ad esempio durante una puntata abbiamo aiutato una famiglia grazie al quadro I fiori della fratellanza. Con il ricavato dall’asta di beneficenza, fatta in diretta, del primo quadro L’abbraccio al tempo del coronavirus, sono riusciti ad acquistare molti litri di latte, quello speciale per i bambini nati prematuramente. Anche ai nati in questo periodo da madri con il coronavirus, che non potevano essere allattati, è stato donato questo latte che è molto costoso. E quindi questa è stata una bella cosa. Sabato scorso abbiamo raccolto fondi per un bambino sordo cieco. Ogni volta c’è un’iniziativa e questo veramente mi ha fatto volare di gioia. Al tempo stesso ho fatto conoscere quest’altra mia espressione artistica che è la pittura. Magari organizzerò una bella mostra un giorno, anche a Siena.


 
Che ricordo ha del periodo di formazione a Siena?
 
Siena come dico spesso, prendendo in prestito una poesia dal grande Mario Luzi, mi guarda sempre. Siena è un’immagine costante, presente quotidianamente ed è stata la scintilla, l’incipit, la formazione, la sensibilità, l’osservazione delle forme, dei colori, delle geometrie. Le geometrie del mattone senese, questo colore, appunto il Terra di Siena, mi hanno accompagnato, mi hanno spinto già dall’inizio ad avvicinarmi al mondo dell’arte grazie anche all’educazione dei miei genitori, di papà, che era un collezionista. Mi ha educato entrando in una chiesa ad osservare una pala d’altare, mi ha spinto a decodificare la pittura senese del Trecento, l’arte di Duccio di Buoninsegna. Ho anche studiato pittura in una scuola che porta il suo nome; la sua figura è molto viva dentro di me. E poi l’incontro con il teatro al Piccolo di Siena in Via Montanini, quello della grande baronessa Sergardi, le mie prime dirette o partecipazioni televisive a Canale 3 Toscana. Mi divertivo tantissimo perché sognavo, già mi immaginavo in America, infatti devo dire che quando sono stato in quel continente a presentare il film ho pensato: “Da ragazzino sognavo di recitare con gli attori americani, adesso sono qui con John Savage e gli altri attori del film Mission Possible”. Era quello che volevo, anche se non si arriva mai, soprattutto in Italia. Puoi avere tutto il successo del mondo, avere ascolti pazzeschi, ma alla fine si riparte sempre da zero. Mi dispiace che in Italia ci sia un sistema molto chiuso, non so da cosa dipenda, spero che non sia la politica, perché se lo fosse sarebbe triste perché nel momento in cui l’arte si mescola, si confonde, si contamina con la politica è la fine. L’arte, gli attori, gli artisti devono essere scevri da gruppi e da pensieri. Poi se vuoi fare politica, se vuoi mandare un messaggio lo puoi fare attraverso un’interpretazione, ma non con uno schieramento. Quello lo trovo una cosa sbagliatissima, perché si rompe l’incantesimo. Il pubblico deve sognare, poi ci sono già i politici che fanno politica. In un’interpretazione c’è passato, presente e futuro; dopo dieci anni quello che ti sembrava giusto prima si può ribaltare completamente. Non si può rimanere così limitati, ci vuole una visione ampia, a trecentosessanta gradi, ma anche a livello spazio-temporale. Se poi analizzi la storia lo vedi; prima osannavano un imperatore, erano pronti a dare la vita per lui, poi dopo cinque anni completamente il contrario. È la caducità delle cose, la fragilità dei pensieri umani. Secondo me un problema che abbiamo oggi è che non c’è più quell’afflato assoluto, sacro, alto nell’arte in genere, in tutto; vedi un’opera d’arte e già capisci che dietro c’è un discorso politico.
 
Che opinione ha dei film e delle serie TV italiane degli ultimi anni?
 
Ci sono tante storie interessanti, tanti talenti. Un po’ mi dispiace vedere, forse da parte di qualche produttore, non proprio tanto coraggio. Avere un po’ più di coraggio e cercare anche, non dico di imitare, però prendere esempio dallo show business americano e internazionale, perché ti stupisce sempre, si capisce che sono sempre avanti. Noi arriviamo dopo alle cose, ma non perché siamo più lenti, ma perché c’è sempre un po’ la paura di perdere, di sbagliare. È vero che il rischio c’è ma se non risichi non rosichi. Noi sappiamo che in Italia ci sono delle dinamiche di favoritismi, di inciuci vari, di aiuti, poi sempre gli stessi attori, le stesse cose; ma siamo proprio sicuri che al pubblico poi piacciano quegli attori lì? Che si strappano i capelli come avveniva una volta negli Anni Cinquanta e Sessanta quando vedevano Marcello Mastroianni, che era un vero divo per dire? Ma siamo proprio sicuri poi che siano così amati questi attori dal pubblico? È normale che le persone prendano quello che viene loro dato se non hanno scelta o alternativa, poi vanno a guardare le serie su Netflix, quelle americane…Potremmo fare di più ecco, potrebbero essere coinvolti attori che hanno anche un approccio con il pubblico, con il personaggio e con la storia un po’ più disinvolto. Noto a volte, se proprio devo essere sincero, ma lo posso dire anche perché ho trent’anni di carriera alle spalle e ho conosciuto e lavorato con grandissimi attori, anche all’estero, che c’è molta rigidità nell’acting italiano se confrontato con quello americano; soltanto vedendo gli attori di Beautiful che sono straordinari, hanno una disinvoltura, una tecnica e una capacità di essere credibili davanti alla macchina da presa, non piatti, non monocordi. In Italia c'è un grande misunderstanding che è quello che essere naturali e veri significa essere mosci, monocorde per non sembrare troppo esagerati, ma io preferisco un overacting, un’esagerazione che vedere uno che finge di essere naturale usando due espressioni.


 
Secondo lei quello che sta sottolineando da cosa dipende?
 
Ma anche da avere dei bravi maestri, dalla sensibilità e dalla capacità di osservazione. Andare ad osservare anche come lavorano gli attori americani, lavorarci insieme, vedere come fanno; la capacità di rubare con gli occhi è il talento. Poi per carità ci sono degli attori che se la cavano, ma per me il parametro di giudizio è sempre rispetto allo star system internazionale. Allora se vedo un attore o un’attrice, dico ma in un film americano, in un film mitteleuropeo, francese come se la caverebbero? È quello perché all’estero non si scherza, non ci sono i favoritismi o le mode, lì devi funzionare, devi piacere, il pubblico lo devi scaldare, far innamorare di te, devi avere quel quid che spacca. L’attore deve bucare. La notte devi entrare nei sogni del pubblico, quella è la prova. Ti è mai capitato quando vedi un bel film di ricordartelo la mattina appena sveglia? Se succede vuol dire che è un bel film, altrimenti vuol dire che è una c*****. Qui sono i fatti che contano, perché le chiacchiere restano a zero. Finora sono state tante chiacchiere, ma questo virus nel bene e nel male è come un mantice che spazzerà via tante cose; sta lavando le coscienze, i pensieri, le percezioni che abbiamo della vita. Persino il Papa ha detto che abbiamo fatto un danno alla natura, ma questo già da tempo. Abbiamo fatto un danno anche rispetto alla visione onesta, etica, morale del vero senso dell’arte. Ci sono troppe ambiguità, troppe furberie. Io mi dedico molto tempo a rivedere tutti i film del Neorealismo, degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, Sessanta, tutto quel periodo lì con attori straordinari, storie meravigliose e fantastiche. I film di Vittorio De Sica, che era magistrale. Per me sono proprio delle lectio di vita, di recitazione. Ma lì c’era la tecnica, c’era il teatro, c’era la scuola vera, quella che abbiamo fatto noi, che veniamo proprio dalle tournée, dall’approccio con i grandi attori, con i vari Albertazzi, Mauri, Papas, Valeria Moriconi, tutti questi grandi nomi con i quali ho lavorato.
 
Nella sua carriera qual’è stato il personaggio che ha rappresentato la sua sfida più grande e come si è preparato?
 
La sfida più grande è stata Caligola nell’Inchiesta, regia di Giulio Base con Max von Sydow, Ornella Muti, Dolph Lundgren, Mónica Cruz. È andato in onda recentemente per due giorni su Tv2000. Un vero colossal con grandi attori e rivedendolo proprio a distanza di più di dieci anni ho detto: “Si vede che ci ho messo anima e corpo”. Ho studiato rivedendomi Joaquin Phoenix nel suo Commodo, la sua interpretazione fantastica nel Gladiatore. Caligola è stato un godimento incredibile, mi farebbe piacere fare un altro personaggio dell’antichità perché amando tanto l’archeologia, la storia, l’arte romano-antica, è stato un coronamento di tante cose insieme. Io ho scelto di vivere a Roma proprio per il mio amore per la storia antica.
 
Anch’io trovo affascinante come personaggi così distanti nel tempo possano essere così attuali.
 
Vedi Adriano. Mi sono commosso quando ho letto La morte di Antinoo durante una puntata di Bocciarelli Home Theatre.

 
Che consigli darebbe ad un ragazzo/a che vuole fare della recitazione il proprio mestiere?
 
Tra le altre cose insegno, collaboro con dei workshops, con delle scuole…e mi capita a volte anche di preparare, dare qualche consiglio, mi piace perché non avendo ancora figli per me i giovani sono un po’ come delle piantine da annaffiare. Poi credo molto nelle generazioni future, perché sono il nostro domani e le trovo estremamente talentuose. Ad un giovane direi innanzitutto di capire che cosa vuole fare, perché recitare a teatro è una cosa, al cinema è un’altra e in televisione è un’altra ancora. Io il consiglio che darei è di fare, anche se sembra un po’ anacronistico oggi, come ho fatto io ovvero iniziare con una sana e buona scuola. Arrivano da me ragazzi con la dizione ancora acerba, il diaframma sulla fronte, insomma ancora non pronti nemmeno per approcciarsi all’apprendimento. Ci sono le scuole serie come l’Accademia, il Piccolo di Milano, la scuola di Genova, il Centro Sperimentale di Cinematografia...quelle importanti, riconosciute a livello nazionale e internazionale. E poi avere umiltà, pazienza, non farsi prendere subito dalla smania, dalla fretta di apparire e di diventare subito personaggio. Molti fanno l’errore di costruire prima il personaggio su Instagram, sui social, giocano a imitare l’attore famoso o l’attrice famosa postando gli shooting fotografici. Per definirsi attori, come in qualsiasi mestiere, ci vogliono almeno un tot di anni di professione continuativa. Oggi si mettono in bocca subito facilmente: “Faccio l’attore. Faccio l’attrice”. Quando uno potrebbe dire: “sto studiando per o sono un futuro attore, una futura attrice, un aspirante”; è necessario approcciarsi alle cose con grande umiltà, non basta aver fatto tre battute in un filmetto con quattro smorfie per essere un attore. Questa cosa purtroppo ha rovinato anche la nostra categoria; c’è un ingolfamento, una sovraccarica di sedicenti attori, sedicenti attrici quando in realtà ai tempi nostri, prima di dire “faccio l’attore” dovevi aver fatto almeno quattrocento giornate di tournée, tutti giorni, nei grandi teatri.
 
A quali progetti stava lavorando prima dell’interruzione per la quarantena e a quali sta lavorando?
 
Avrei dovuto avere in prossimità della Pasqua i soliti appuntamenti di tutti gli anni, tra cui la lettura nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma; quest’anno sarebbe stato il sedicesimo anno. Io, Giulio Base e Claudia Koll avremmo dovuto fare tre letture di Santi. È un appuntamento molto bello, non solo da un punto di vista spirituale-religioso, ma anche laico perché si va a soffermarsi sulla vita di grandi personaggi dalle gesta esemplari. Io avrei dovuto leggere la vita di Enrico Medi, che è stato uno scienziato, un grande uomo proprio nella storia. Poi avrei dovuto avere altre serate, dei recital, dei reading, uno il 21 marzo qui a Roma. Inoltre ci sarebbe dovuta essere la famosa Via Crucis con i disabili del centro Elaion di Eboli, a cui partecipo tutti gli anni e che mi è mancata particolarmente. Avrei poi dovuto iniziare le prove per uno spettacolo teatrale, un bellissimo Amleto con Sebastiano Lo Monaco. Sono contento però che hanno dato in onda un sacco di repliche in questi giorni; Il bello delle donne su Canale 5, una fiction che ha avuto un grande successo, che nonostante siano passati tanti anni ha un seguito incredibile. Poi hanno rimandato l’Inchiesta su Tv2000 per ben due giorni. Sai cos’è; le cose fatte bene non hanno mai tempo. Ci sono cose che restano e cose che non restano e passano nel dimenticatoio però, grazie a Dio, ho fatto fiction e film che sono entrati nella memoria e nell’immaginario collettivo e questo per me è una grande soddisfazione.

Termino la conversazione con Vincenzo nella speranza di una veloce risoluzione dell’emergenza Coronavirus che, oltre a causare dolore e morte, sta danneggiando le attività lavorative, tra cui non sono da dimenticare quelle nell’ambito dello spettacolo: «Il mio augurio è che la nostra categoria» afferma Vincenzo «si faccia rispettare anche a livello sindacale. Abbiamo il NUOVOIMAIE, che è l’Istituto Mutualistico Artisti Interpreti Esecutori che è molto importante per noi e che tutela i passaggi televisivi e cinematografici e che ci è vicino durante questo momento nel quale abbiamo perso un sacco di lavoro; sono due mesi che sono saltati recital, spettacoli, set cinematografici, un macello. Due mesi di congelamento, ma grazie al Bocciarelli Home Theatre almeno ho mantenuto vivo il legame con il pubblico che per noi è essenziale perché è la nostra vita».

Francesca Raffagnino

 

 

Galleria Fotografica

Web tv