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VIAGGIO NELLA NUOVA MENS SANA, TRA HYPSTER, INGEGNERI E...CAMPIONI D'EUROPA

News inserita il 10-08-2018

Il look di Poletti, le imprese internazionali di Morais, la laurea di Prandin e altre curiosità biancoverdi

Forse non tutti se ne sono accorti ma, nel roster della nuova Mens Sana, c’è anche un…campione d’Europa. Premessa, non funziona come ai vecchi tempi e non è il caso di scomodare i mostri sacri che arrivavano a Siena con già appuntata sul petto la vittoria in Eurolega (a memoria, e speriamo di non lasciare fuori nessuno, citiamo Naumoski, Zukauskas, Nando Gentile, Andersen, Jaric, Zisis), si tratta semplicemente di dare un cinque a Jack Sanguinetti, playmaker che a breve indosserà canotta e pantaloncini biancoverdi, per aver vinto il titolo continentale universitario.

Ci è riuscito a fine luglio, Sanguinetti, con la squadra del Cus Bologna Alma Mater che in Portogallo ha conquistato l’Eusa (acronimo di european university sports association) per il secondo anno di fila. Per il cestista di Pietrasanta nove partite giocate, otto delle quali vinte, insomma un’opportunità più che buona per rimettersi in moto dopo le ferie estive: assieme a lui diversi giocatori di A2, il più noto (almeno dalle nostre parti) Valerio Cucci, poi c’era anche “Albertino” Cacace, che però oggi gioca in B a Lecco. Sanguinetti è iscritto al corso di Scienze Motorie dell’ateneo bolognese, ma dal 20 agosto i libri dovrà portarseli a Siena. Ad attenderlo ci saranno coach Paolo Moretti e tutti i suoi nuovi compagni di squadra.

Alla notizia dell’ingaggio di Carlos Morais, la fantasia dei tifosi si è scatenata. Intanto perché i cestisti africani ispirano sempre una contagiosa simpatia (do you remeber Benjamin Eze?) e poi perché attorno a Morais aleggia quel pizzico di mistero che rende più che intrigante la scommessa fatta su di lui dalla Mens Sana: muscoli oversize se paragonato alle guardie che si vedono in A2, mano (dicono) assai ben educata, arriva su una buona ribalta come la seconda serie italiana a quasi 33 anni, dopo due stagioni al Benfica (là ha stuzzicato la fantasia di Moretti, che allenava a Varese e che se lo è trovato di fronte in coppa; il fatto che abbia passaporto portoghese ha stuzzicato invece Lorenzo Marruganti, che ha per il momento risparmiato un visto extracominitari) ed una lunghissima militanza in patria che gli ha permesso di concentrarsi principalmente sulle avventure fuori dal continente nero con la nazionale (mordersi la lingua prima di dire stupidaggini: dal 1992 ad oggi l’Angola è andata alle Olimpiadi 5 volte, l’Italia appena 2), sparando un ventello nel canestro degli Usa a Pechino 2008 e arrivando a disputare nel 2013 la preseason coi Toronto Raptors. A Luanda e dintorni, Morais è una gloria nazionale e più di una volta è finito ospite alla tv nazionale, non necessariamente per parlare di basket. Ha un fratello minore, Braulio: non produce liquori ma, pure lui, gioca a basket ed è nel giro della nazionale.

Il più gettonabile lontano dai 28x15 fra i nuovi mensanini è però Mitchell Poletti. Paga pegno da una trentina di anni a quel nome di battesimo che, in realtà, non nasconde alcun tipo di origine statunitense. Tutta colpa della fissazione per i nomi stranieri di suo padre Mauro, riuscito a spuntarla sulle iniziali perplessità di mamma Lorella mettendo sul piatto l’alternativa, chiaramente provocatoria, di chiamare il bimbo Vercingetorige. Buon sangue non mente, sia perché Mitch a sua volta ha battezzato il figlio Ryan, sia perché col pallone da basket hanno avuto a che fare entrambi i suoi genitori: più conosciuti i successi della madre, azzurra ai mondiali del 1979 e scudettata col Pagnossin Treviso due anni più tardi, ma il padre passò da Siena nel gennaio del 1983 con addosso la maglia della Sav Bergamo in una partita che ancora oggi si ricorda, vinta a tavolino dagli orobici dopo che una monetina, lanciata dagli spalti, centrò in testa lo sfortunato arbitro Zeppilli di Roseto. Personaggio pirotecnico, il centro biancoverde, anche per questioni di look: andando a memoria, Poletti è il primo vero hypster nella storia di viale Sclavo, con quella barba che non taglia ormai da diversi anni (capitò quando giocava a Casalpusterlengo, ma arrivarono tre sconfitte e da allora rasoio è un termine dal significato oscuro) e che, magari, troverà qualche adepto pure dalle nostre parti. Ah, se può interessare, Poletti è amico, fraterno, di Danilo Gallinari, che è del 1988 come lui, che come lui è milanese e che, rispetto a lui, da Casalpusterlengo ha fatto viaggi di lavoro magari un poco più complessi: si messaggiano quotidianamente, così almeno si dice, e viene spontanea la curiosità di sapere cosa gli abbia raccontato, il Gallo nazionale, dei suoi ricordi infausti dentro il palasport di Siena.

Se Sanguinetti è laureando, Bobo Prandin è dottore ormai da qualche tempo. Si è laureato nel 2015 in ingegneria informatica e dell’automazione (con 108/110, chapeau) a Milano, dopo un bel percorso di studi tra Roma, Trieste e la specialistica di Milano, ma dato che le cose vanno ancora a gonfie vele con il basket, il buon Roberto il titolo di studio lo tiene chiuso nel cassetto. Dove non manca, pronta ad essere esibita in giro per l’Italia ed il mondo (date un occhiata al suo profilo fb), la bandiera color granata col leone dorato di San Marco, quella che accomuna tutti i veneziani, pardon venexiani, a denominazione di origine controllata.

Solo una battuta, infine, su capitan Marino, di cui si conoscono a memoria pregi cestistici e umani (leggi alla voce “Slums Dunk”) visti i natali, anche agonistici, marcatamente senesi. Tommy fra una manciata di giorni vivrà il Palio dell’Assunta a casa, come verosimilmente non gli capita da quando era ragazzino. Questa, però, è davvero tutta un’altra storia…

Matteo Tasso

In foto: Carlos Morais contro Dwyane Wade alle Olimpiadi del 2008, Roberto Prandin il giorno della laurea

 

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