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TRA STORIA DI SIENA E SOCIALE: LA “VITA FUORI DAL TEMPO” DI MAURA MARTELLUCCI

News inserita il 29-04-2020 - Oksiena

Una donna dinamica e intraprendente che svolge sia la professione di storica che quella di gestore del ristorante-pizzeria “All’Orto de’ Pecci”

Oggi incontriamo Maura Martellucci, una donna dinamica e intraprendente, molto conosciuta a Siena, che svolge sia la professione di storica che quella di gestore del ristorante-pizzeria “All’Orto de’ Pecci”, questo secondo ruolo insieme allo staff della cooperativa sociale “La Proposta”.

Da quando hai unito queste due attività e di cosa ti occupi principalmente nell’una e nell’altra?

"L’incontro tra storia e cooperazione sociale, più che ristorazione, è avvenuto nel 2007, quando con la chiusura del Canale Civico Siena mi sono dovuta inventare un altro lavoro (nonostante continui ad essere in possesso della tessera dell’Ordine e a scrivere, soprattutto di storia) e sono entrata a far parte della grande famiglia della cooperativa sociale “La Proposta”, una ONLUS di tipo B nata nel 1983 con lo scopo di investire nel sociale andando incontro a persone che provengono da un passato non facile (tossicodipendenza, carcere, situazione di povertà) o da problematiche psichiche. Nello specifico, gli inizi del servizio di ristorazione (che è solo una delle attività gestite dalla cooperativa) si sono avuti stagionalmente dalla metà degli anni Novanta, mentre dal 2004/2005 abbiamo ottenuto la licenza di esercitazione annuale dell’attività. Oggi faccio parte del Consiglio di amministrazione con il ruolo di gestione promozionale, turistico e di marketing.

E invece, per quanto riguarda l’attività di studiosa di storia?

Per quanto riguarda la mia attività di storica, la definirei più come la mia originaria vocazione, che in realtà è un vero e proprio lavoro. Anche se non retribuito. Con i libri e, soprattutto, con le “pillole di storia” che quotidianamente pubblico sui social mi sento di condividere con tutti la mia passione, che deriva sia dai miei studi universitari sia da un’innata curiosità e dalla voglia di raccontare anche le più piccole cose di un passato che è nostro, trasmettendo ciò che ha fatto grande Siena e cercando, oltretutto, di esporre le mie conoscenze in maniera comprensibile non solamente agli addetti ai lavori: cercare, in poche parole, di narrare una Storia che arrivi a tutti.

Unisci quindi nella tua attività un doppio aspetto sociale: quello di valorizzare il passato e quello di migliorare il presente della città. Il primo caso si può vedere nella volontà, da parte della cooperativa “La Proposta”, di contribuire a riportare alla luce importanti elementi di storia cittadina, mentre nel secondo caso tentate il reinserimento in società di persone con un passato difficile.

Uno dei nostri sogni sarebbe quello di riportare alla luce la Fonte di Porta Giustizia (che si trova proprio sotto il nostro ristorante) ma questo è, almeno date le contingenze del momento, un sogno destinato a rimanere tale. Per ora stiamo lavorando al mantenimento del parco al suo stato originale, grazie anche alla collaborazione con il progetto Senarum Vinea: le vigne storiche di Siena, nato nel 2007 e che oggi prosegue grazie alla collaborazione di varie istituzioni (fra queste il Comune, l’Università, l’Associazione Città del Vino, l’Istituto Tecnico Agrario Statale “Bettino Ricasoli”, l’Azienda Agricola “Castel Pugna”). Il lavoro di questi anni ha permesso di isolare i genomi di alcune tipologie di vitigni medievali, conservati proprio all’Orto de’ Pecci a scopo didattico. Per quanto riguarda il lavoro della nostra cooperativa nel sociale, il nostro ruolo di aiuto e sostegno di persone svantaggiate è ampiamente ripagato. Mi riferisco soprattutto ai riconoscimenti che riceviamo dai clienti per il nostro lavoro di ristorazione. Molti di essi, peraltro, cercano proprio il nostro ristorante per dare una mano a chi ne ha più bisogno. Questa è la cosa che ci dà maggior soddisfazione, unita al fatto che i clienti, data la tipologia di alcuni dei soggetti che lavorano nel ristorante, sostengono di non trovare nessuna differenza con altri lavoratori. Il che conferma uno dei caposaldi della cooperativa “La Proposta”: “La normalità è negli occhi di chi guarda”.

In un esempio particolare si vede l’unione tra solidarietà, storia e culinaria: la ricostruzione di un orto urbano medievale. Quando è nato e qual è il suo scopo?

Il progetto di ricostruzione dell’orto urbano medievale è nato tra il 2007 e il 2008 e il suo scopo principale è quello didattico, in quanto si cerca di far conoscere piante particolari che oggi sono scarsamente o per nulla utilizzate (come l’assenzio o la leggendaria mandragola) o che col tempo hanno lasciato posto a varietà oggi più note ma che nel Medioevo non esistevano (come la carota gialla o viola invece di quella arancione, giunta sulle tavole solo in epoca più tarda). Questo orto urbano è diviso in quattro sezioni, ognuna delle quali contiene determinate qualità di essenze: vi è la parte orticola, dove crescono ortaggi utilizzati nella cucina medievale; quella officinale, contenente piante curative; quella tintoria, dove vi si coltivano piante sfruttate nella tintoria; quella delle essenze, con spezie antiche che anche noi impieghiamo per la creazione dei nostri piatti. Nel punto di incontro di questi quattro quadrati abbiamo piantato un fico, che nella cultura agraria medievale era il simbolo della vita.

La possibilità di aver dato vita a un’attività in un edificio che per tanto tempo è stato adibito ad altre funzioni mi spinge a farti una domanda: come vedi, da storica, il riutilizzo di edifici storici in luoghi di aggregazione sociale come, ad esempio, un ristorante?

All’Orto de’ Pecci, uno degli edifici che si trovano all’interno dell’area, è presente già nella veduta assonometrica di Francesco Vanni, composta tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento (per me, se devo dire da storica, più probabilmente il Seicento che il Cinquecento, perché si vede la Collegiata di Provenzano compiuta. È stata completata nel 1611). Quando lo abbiamo preso in custodia noi era in condizioni alquanto malconce, quindi il riutilizzo significa, in casi come questo, salvaguardia. Io non sono affatto contraria al riutilizzo degli spazi e dei luoghi storici, a patto che questi vengano fatti con intelligenza e con un’oculata gestione, accostandoci a essi con molto rispetto e tenendo sempre a mente l’importanza del luogo nel quale ci troviamo.

Il luogo dove svolgi la tua attività giornaliera è uno dei più affascinanti di Siena, testimone di una fetta di storia urbana. Quali sono le tue sensazioni da storica nel lavorare in questo luogo?

Devo ammettere che è una sensazione alla quale non mi sono ancora abituata, anche dopo diversi anni che ci vado quotidianamente. Questo perché in qualunque momento arrivi o vai via si hanno impressioni stupende, date dalla luce e dal panorama di cui si gode scendendo dall’ex ospedale psichiatrico o risalendo verso Piazza del Mercato, con l’imponenza della Torre del Mangia e del Palazzo Pubblico che si stagliano verso il cielo. È come essere fuori dal tempo e fuori dal mondo. Inoltre, da storica mi sento di lavorare proprio per la storia.

Per concludere, una domanda strettamente collegata al presente: come vedi l’attuale situazione e il futuro attraverso gli occhi della storica e attraverso quelli di gestore di un’attività commerciale?

La situazione scaturita dall’emergenza sanitaria del Covid-19 vista con gli occhi dell’imprenditore è drammatica, soprattutto nella prospettiva di una riapertura che è ancora lontana. C’è timore, preoccupazione; le persone hanno paura a tornare in pubblico e questi mesi lasceranno una cicatrice in ognuno di noi, anche se non riesco per il momento a farmi un’idea del nuovo carattere degli uomini. Spero che siano riusciti a imparare la lezione. Spero. Ripeto: spero.

Che effetto fa comparare il killer del Borgo Nuovo di Santa Maria, oggi Orto de’ Pecci (la peste del 1348) con la situazione attuale?

Certo non voglio paragonare il nostro presente alla guerra o alla pestilenza del 1348, ma la vita si è fermata all’improvviso proprio come la frase lasciata a metà nel volume del Consiglio Generale di Siena nell’aprile del 1348 e sarà alquanto difficile riprendere la normalità. Per il ristorante-pizzeria “All’Orto de’ Pecci” sarà molto probabilmente ancora più difficile che per gli altri ristoratori, data la presenza tra i nostri lavoratori di persone con determinate esigenze, verso le quali la cooperativa ha una doppia responsabilità. Nonostante vari interrogativi e aiuti latitanti da parte dello Stato, che non sta dando una vera e propria direttiva, cerchiamo di ripartire iniziando il 30 aprile con il servizio di pizzeria da asporto. Da storica del Medioevo mi sono sempre chiesta come fosse la Siena nei mesi della peste. Oggi ne sto avendo più o meno un esempio, con la presenza di una paura dilagante, delle strade deserte e dell’insicurezza del futuro, ma al contempo ho la percezione di star vivendo un evento epocale.

Che cosa scriverà una “Maura del futuro” nelle sue “pillole” parlando di Siena al tempo del Covid-19?

La Maura del presente era sempre stata curiosa di sapere che cosa si provava in mezzo a una catastrofe come quella del 1348. Ora mi pento di aver desiderato ciò, ma mi comporto seguendo le regole stabilite e non lasciandomi terrorizzare dagli eventi. Non riesco a evitare di sorridere nel pensare a quanto sia vero un aforisma di Epicuro, che recita “Di fronte ad ogni desiderio bisogna porsi questa domanda: che cosa accadrà se il mio desiderio sarà esaudito, e che cosa accadrà se non lo sarà?” e che poi è stato ripreso e parafrasato da Oscar Wilde in “Ci sono due grandi tragedie nella vita: una, non ottenere quello che si vuole; l’altra, ottenerlo”. La “Maura del futuro” che racconterà in “pillole” la drammaticità che stiamo vivendo, lo racconterà con i suoi strumenti interpretativi e narrativi. Ma non coglierà interamente quel che ci sentiamo dentro noi oggi. Perché nessuno storico può cogliere mai quelle percezioni. In nessuna epoca e su nessun aspetto. È il limite degli storici. Ma è anche il nostro trasgressivo ed esaltante potere di suggerire interpretazioni. A chi legge la storia, il compito di demistificare questo potere. E questo è l’insegnamento più grande che, come storica, ho imparato proprio dal vivere sulla mia pelle una pandemia.

Michele D’Ascoli

 

 

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