Biancoverdi seduti sul "legno" degli ospiti, non accadeva dai tempi di Dado Lombardi. Quella burrascosa partita contro la Reyer...

Nella consueta intervista del sabato mattina, quella in cui presenta l’imminente impegno agonistico della propria squadra, Federico Vecchi è venuto in queste ore a conoscenza di essere il primo allenatore della Mens Sana in procinto di sedersi sulla panchina “ospite” da non meno di 30 anni a questa parte.
Lo scenario da “trasferta in casa nostra” in parte ha del surreale (e comunque tanto di cappello alla Virtus che ha ceduto il fattore campo con una scelta lungimirante per tanti motivi, non solo di…cassa), prevedendo pure per coach e squadra biancoverdi il cambio di panchina: che non sarà quella di sempre, quella cioè sotto il Settorino (e per circa quarant’anni a ridosso della curva nord, che nel frattempo rimane ancora interdetta, ma questa è un’altra storia), bensì quella dove non più tardi di sette giorni fa hanno preso posto i volenterosi ragazzi del GranTorino e sulla quale, nel tempo, hanno transitato squadroni e campionissimi del basket italiano e europeo. Insomma quella a destra del tavolo degli ufficiali di campo se il punto di osservazione è di chi guarda le partite da dietro (appunto) le panchine, oppure a sinistra del solito tavolo se la partita la si guarda dalle tribune opposte, domani interamente colorate di biancoverde dai 1100 tifosi in trasferta (che poi sarebbero quelli di casa), in attesa che altre centinaia sconfinino pacificamente sull’altro lato perché solo quello sarà acquistabile prima della partita.
Un plauso va a Paolo Lazzeroni (che da qualche anno sta facendo un notevole lavoro di buona comunicazione, a 360 gradi, dagli uffici della Mens Sana Basketball) per la memoria dimostrata nella circostanza e per permetterci di rispolverare un aneddoto vecchio di 35 anni, preistoria più che storia. L’antefatto risale all’estate del 1989 (quindi ancora più indietro nel tempo), momento in cui Dado Lombardi, appunto, prende la guida della Mens Sana e si piazza, con un carisma e una taglia fisica che non passavano certo inosservati, sulla panchina fino a quel momento destinata alle squadre ospiti.

Per la serie non è vero ma ci credo, la Mens Sana cambia panchina e vince subito il campionato di B. Siccome panchina che vince non si cambia, Lombardi l’anno successivo va in testa al campionato di A2 e finisce per vincere anche quello, ma mesi prima della seconda promozione consecutiva, una domenica rischiano di saltargli le coronarie (e c’è chi rischia la pelle) perché sulla sua panchina è andato a sedersi un altro.
Cinque gennaio 1991, a Siena è di scena la Reyer Venezia, che arriva al palasport nel primissimo pomeriggio e si piazza su quella panchina. Lo ha deciso l’allenatore dei lagunari, che si chiama Andrew (Andy per gli amici) Russo, viene dagli Usa a dispetto di un cognome tipicamente da paisà, non deve evidentemente avere dimestichezza con la scaramanzia (sicuramente non ne ha con quella altrui) e magari, quello sì, nella circostanza ha peccato di un pizzico di maleducazione non premurandosi di chiedere quale dovesse essere il proprio posto al palasport. Lombardi, che nel prepartita vive un rituale tutto suo fatto di gesti, abbigliamenti e quant’altro che non intacchi l’ordine delle cose (da lui) prestabilito, giunge a cose ormai fatte al palasport e, quando si affaccia sul campo, il suo volto cambia colore come quello del ragionier Fantozzi alle prese con la deglutizione del tordo a casa della contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare: non fa a tempo ad arrivare al blu tenebra, perché tra il rosso pompeiano e l’arancio aragosta si dirige con fare deciso (o minaccioso?) verso Russo e solo l’intervento del buon Carlo Ciccarelli e qualche parola d’inglese buttata là dal caro Luca Finetti evitano la colluttazione che sta nascendo fra i due. Russo, però, non solo non capisce il perché di tanta animosità, proprio non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi e così la Reyer rimane al suo posto, costringendo la Mens Sana a essere “ospite in casa sua” mentre Lombardi urla e impreca contro il mondo intero per quella che, lui lo sa e le circostanze avverse lo dicono chiaramente, è destinata a trasformarsi in una domenica nerissima.
Continuerà a urlare spesso contro Russo anche durante la partita, Dado, perché i nostri sarebbero più forti ma giochicchiano, perché Wendell Alexis fa spesso ciuff ma non difende, perché il filiforme Lampley stoppa e schiaccia ma fa fatica contro quel colosso che risponde al nome di Ricky Brown, perché di là Massimo Guerra fa sempre canestro e la Reyer va avanti e sembra portarla a casa. Quando, però, un paio di fischi dubbi e la vecchia guardia dei Giroldi, dei Lasi e dei Battisti rimettono in partita la Ticino, la scaramanzia lascia il posto alla scienza…quella cestistica: ultimo tiro, per vincere, nelle mani del cecchino ospite Jeff Lamp, ferro, la Mens Sana chiude 89 a 87 e festeggia per lo scampato pericolo.
Lombardi alza le braccia al cielo e torna a guardare con aria di sfida Andy Russo. Il quale l’anno prima era stato cacciato da Livorno, sponda Libertas, per aver fortemente deluso nella stagione del post scudetto sfiorato dall’Enichem: “La storia della
mia città e della nostra gente racconta di ospitalità, verso chiunque - dirà poi in sala stampa Dado, labronico a denominazione origine controllata -, quando qualcuno viene mandato via da Livorno non è solo per incapacità, è perchè manca fortemente di educazione”.
Il successore di Lombardi alla guida della Mens Sana, Valerio Bianchini, avrebbe poi riportato squadra e staff a sedersi (per la verità senza troppa fortuna) sulla panchina di sempre. Quella di oggi, ma non quella di domani.
Matteo Tasso
foto tratta dal volume "A come Mens Sana" di Augusto Mattioli




































