Il cestista della Note di Siena ha deciso la stracittadina con il Costone: "Mi sono preso la responsabilità di vincerla"

La dichiarazione d’amore è diventata virale sui social, dove il fotomontaggio di uno shopper con su scritto “sei bella come Cerchiaro di tabella” ha fatto il pieno di like e condivisioni. A chi non è più giovanissimo ha ricordato ciò che 40 anni fa scrissero sui muri (quelli in mattoni e non quelli virtuali), i tifosi dell’Arezzo calcio dopo una mirabolante rovesciata del loro capitano, Domenico “Menchino” Neri, qui si parla di un canestro allo scadere, buzzer beater per chi vuol farsi bello con lo slang cestistico, ma il gesto tecnico finirà ugualmente per ritagliarsi un pezzo nella storia. Quella mensanina e biancoverde, s’intende.
Simone Cerchiaro, ce la racconta questa tabellata?
“Volevo vincerla, volevo portare a casa la partita.

In quelle situazioni non sarebbe più consigliato attaccare il canestro e, magari, ricevere un fallo?
“Forse sì, ma in quel momento mi sono sentito di prendere un tiro, fare un’azione che è più nelle mie corde rispetto al buttarsi dentro. Sull’ultimo possesso, oltretutto, non è scontato che qualsiasi contatto venga sanzionato dagli arbitri”.
Un boato del genere, al palasport, non si sentiva da anni. Voi sul campo, invece, siete rimasti sul pezzo senza dare vita a grandi esultanze…
“Forse la trance agonistica, più probabilmente la stanchezza dopo una partita molto dura. E comunque c’era ancora un possesso nelle mani dei nostri avversari, era tutto in bilico compresa la questione del piazzamento in classifica”.
Poi non ne parliamo più, promesso, ma poco prima ne aveva messo un altro di “tiri ignoranti” e sempre contro la difesa di Nasello, il miglior giocatore del campionato. Ha fatto il pieno di autostima?
“Sono situazioni di gioco. Poteva essere qualsiasi altro giocatore del Costone, non mi sarebbe cambiato nulla a livello di sensazioni personali: io volevo fare canestro, ripeto è andata bene, soprattutto perché abbiamo portato a casa il risultato”.
L’infortunio che l’ha tenuta fuori per oltre due mesi è acqua passata?
“Fisicamente mi sento bene, sul piano della condizione e del ritmo partita non sono ancora al 100% ma le sensazioni sono buone e già lo erano state al rientro in campo, a San Miniato. Stare fuori e vedere i compagni sul parquet è stato complesso: c’è il dolore fisico, ma soprattutto non riesci a scaricare le tensioni, l’adrenalina. Ho avuto la fortuna di essere seguito molto bene dallo staff per un completo recupero fisico, ma anche psicologico, il lavoro che abbiamo fatto assieme è stato fondamentale”.
Soddisfatto per il secondo posto della Note di Siena al termine della regular season?
“È un valore aggiunto a tutto ciò che abbiamo fatto nel corso della prima fase, ma non ci vogliamo fermare. Però, sono sincero, quando sono arrivato a Siena all’ultimo tuffo, per tamponare l’assenza di Matteo Neri, avevo pochi dubbi sul fatto che questa squadra, per come era costruita, potesse arrivare ai playoff”.
A proposito, come mai era libero e senza squadra a settembre?
“È stata un’estate particolare, mettiamola così. Personalmente ero abbastanza tranquillo e consapevole delle mie potenzialità, anche perché la stagione trascorsa a Pordenone era stata molto positiva, però non si erano create le condizioni giuste per cambiare squadra: ci sono state varie vicissitudini, alla fine però il percorso mi ha portato alla Mens Sana e sono super soddisfatto”.
Lo scorso anno, con Pordenone, è arrivato a giocarsi la finalissima per la B Nazionale…
“Un bel gruppo, anche una bella esperienza a livello personale perché per la prima volta in carriera mi sono messo in gioco lontano da Empoli. Stagione di alto livello, trascorsa praticamente sempre in vetta alla classifica: siamo arrivati forse un po’ sulle gambe in finale, dove ce la siamo comunque giocata fino all’ultimo contro Ferrara, che era la grande favorita per la promozione”.
Empoli è storicamente una piazza che forma tanti buoni giocatori di medio-alto livello. Ci racconta qualcosa sulla società nella quale è cresciuto?
“All’Use si lavora con i ragazzi, oltre che sui ragazzi. La società investe nella crescita del giocatore e al tempo stesso della persona, creando ottime basi sulle quali ciascuno può poi costruire un proprio percorso. Con Empoli ho disputato tre finali nazionali giovanili, Under 15, 16 e 19, poi l’esordio in B tra i grandi: ricordo ancora l’emozione provata alla “prima” contro Borgomanero”.
Le è mancato non tornarci, causa infortunio, da avversario?
“Avrei voluto giocarla quella partita, anche per capire le sensazioni che mi avrebbe dato trovarmi addosso un’altra maglia nell’impianto che mi ha visto crescere, ma non è detto che non ricapiti nei playoff: tutto può succedere. Empoli è in crescita, quest’anno ha dovuto ricostruire dopo le partenze di Mazzoni, Giannone e Maric e, in parte come noi, ha pagato dazio agli infortuni, ora però si sono rimessi in corsa”.
Anche perché c’è quel ragazzino, Guido Rosselli, che in campo continua “a spiegarla”…
“Per lui parlano tutti gli anni di serie A e i trofei vinti, non devo certo aggiungere nulla io. Giocare con Rosselli ti fa crescere, in campo legge delle situazioni che a questi livelli non tutti siamo in grado di vedere con la sua stessa rapidità: mi sono trovato benissimo con lui, i consigli che dà sono molto importanti”.
Della burrascosa serata vissuta al PalaSclavo nel 2022, quando indossava la maglia del Biancorosso Empoli in serie C, che ricordi ha?
“Fu un’esperienza strana, anomala. Partita infrasettimanale, palasport semivuoto, noi tutti molto giovani. Ero proprio a due passi dal punto dove nacquero i problemi (il gesto di un giocatore ospite fece saltare i nervi sul parquet e sugli spalti: partita sospesa per diversi minuti, espulsioni in campo, anche un Daspo in tribuna, ndr), ripensandoci è stato tutto meno che un momento fantastico. Non sta a me giudicare niente e nessuno, sono cose che a volte possono succedere purtroppo”.
Da otto mesi sta vivendo il rovescio della medaglia. Cosa significa giocare per la Mens Sana?
“Quello che traspare, fin dal primo approccio, è la passione che la gente ha per questa maglia e per chi la indossa. Qui i tifosi non vengono solo a fare il tifo la domenica alla partita, e per inciso è un tifo che non ha niente a che vedere con la categoria nella quale militiamo: il tifoso della Mens Sana parla di Mens Sana sette giorni su sette, se ti trova per strada o al supermercato ti ferma, ti saluta, ti incita, ti fa sentire importante insomma. Sento parlare spesso di pressione e di responsabilità, in realtà è un gran bello stimolo a dare tutto e anche qualcosa in più per restituire loro la passione che ci dimostrano. Anche per renderli felici”.
Si è molto parlato dell’impronta che coach Federico Vecchi ha dato alla squadra…
“Tiene sempre altissima l’intensità, un aspetto che a me è piaciuto sin dal primo allenamento e che mi ha ricordato l’approccio al quale sono stato abituato a Empoli. Spingiamo molto, è vero, a tratti sembra un lavoro più da basket giovanile che da senior, però questa è la nostra forza: del resto i risultati parlano chiaro e sono sotto gli occhi di tutti”.
Domenica scattano i playoff, avversaria Jesi. State studiandola?
“Conosco abbastanza bene Dario Mazzantini, ci ho giocato contro molte volte a livello giovanile e poi anche senior, quando militava a Cecina. Stiamo facendoci un’idea anche sul resto della squadra, che per forza di cose conosciamo meno rispetto alle squadre del nostro girone, ma che sicuramente ci darà filo da torcere: ai playoff non c’è nulla di scontato, fondamentale è affrontare una partita alla volta e essere in grado di resettare, immediatamente, a fine gara”.
Gli addetti ai lavori parlano di lei come di un giocatore pronto a fare il grande salto verso la B Nazionale…
“Voglio farlo assieme alla Mens Sana quel salto, ci metto la mano sul fuoco”.
Matteo Tasso






































