IL COACH SENESE MATTEO MECACCI GRANDE PROTAGONISTA IN A2 CON CENTO

News inserita il 10-01-2023 - Sport Siena

Sua l’ultima Mens Sana vincente in un campionato, nel 2015: “Gioia che porto dentro al cuore, ma oggi la situazione del basket cittadino è triste”

Per gli amanti delle statistiche, quelle di casa nostra, Matteo Mecacci è l’ultimo allenatore riuscito a vincere un campionato con la Mens Sana. Era il giugno del 2015, Mecacci aveva 29 anni e appena una manciata di partite da capo-allenatore alle spalle ma portò a destinazione, in A2, una squadra forte ed esperta (Ranuzzi, Pignatti e Vico, i tre leader di quel gruppo, erano nati nel 1986 come il loro coach, Parente di anni ne aveva già 32, Chiacig quasi 41…), ripartita da zero assieme alla società, dopo il crac targato Mens Sana Basket.
C’è molto altro, oggi, nel curriculum di Mecacci, senese purosangue con i quattro colori di Camollia nel cuore. È secondo in classifica in A2 con la Tramec Cento, una bella realtà che dal suo arrivo in Emilia è cresciuta dentro e fuori dal campo: “Il basket a Cento – spiega il coach – ha sempre avuto buone tradizioni, per tanti anni la squadra ha militato in quelle che una volta si chiamavano serie B2 e B d’Eccellenza, sfiorando la promozione in A2. Ci sono stati anche momenti difficili, ma nel 2011 il club è ripartito iscrivendosi alla C Gold ed è risalito fino all’A2. Ho preso la squadra in serie B nel 2019, quando il Covid ha fermato la stagione eravamo primi in classifica e questo ci ha permesso di chiedere un ripescaggio in A2 l’estate successiva, nei due campionati successivi ci siamo consolidati, prima mantenendo la categoria, poi arrivando sesti e uscendo a gara-5 di playoff contro Pistoia. Quest’anno proviamo a giocare di nuovo i playoff, per il momento siamo ben oltre gli obiettivi”.
Peccato, allora, parlarne dopo la sconfitta di domenica sera a Rimini…
“Ne avevamo vinte sei in fila, sette con la qualificazione alle finali di Coppa Italia. Dispiace, ma bisogna guardare alla prossima”.
Che squadra è la sua Tramec?
“La società ha creato nel tempo un nucleo, uno zoccolo duro di giocatori che hanno qualità cestistiche ma che soprattutto sono persone vere. Ci sono ragazzi che vestono questa maglia da 3 o 4 anni, il nostro capitano, Tomassini, sta vivendo una seconda giovinezza, insomma oltre al progetto tecnico che dura da alcune stagioni, sul parquet c’è un gruppo compatto che ci permette di affrontare anche i momenti difficili: in avvio di stagione abbiamo perso per infortunio Zilli, il centro titolare della scorsa stagione (più recentemente si è fatto male anche Zampini, ndr), stiamo inserendo con successo l’ultimo arrivato, Mussini. Sicuramente, nel tempo, il livello e il rendimento si sono innalzati”.
Ennesima conferma di come nel basket si lavora bene soprattutto in provincia?
“Cento è una piccola cittadina, siamo a metà strada tra Bologna e Ferrara e non c’è l’autostrada. Per certe cose ricorda Siena, solo che qui il tessuto industriale è sviluppato, crea molti posti di lavoro e la ricchezza viene anche re-investita sullo sport. A fine anni Ottanta il calcio arrivò in C1, oggi lo sport più seguito è il basket: il club è gestito da anni da un consiglio fatto quasi tutto di imprenditori locali, grazie a loro si è potuto ristrutturare il palazzetto e adeguarlo all’A2, dando così ulteriore slancio a un’organizzazione che ogni anno si arricchisce di nuovi professionisti nello staff tecnico, in quello medico, dirigenziale. Parliamo, oggi, di una vera e propria piccola azienda nella quale lavorano una trentina di persone, a questi livelli sono numeri tutt’altro che banali”.
Il suo percorso da allenatore di basket inizia qualche anno fa, a Siena, nella Virtus…
“Fu Sandro Finetti a inserirmi nello staff che seguiva il minibasket, dato che come giocatore i risultati personali erano scarsissimi. Ho iniziato con Umberto Vezzosi e con altri allenatori del vivaio rossoblu in un periodo d’oro per la società e per tutto il basket cittadino. Giravano tanti soldi in quegli anni, si investiva molto sui settori giovanili e spesso gli scudetti Under si assegnavano con una finale tutta senese: capitava di andare in palestra a lavorare con un Imbrò o un Tessitori e questo richiedeva anche a noi allenatori di seguirli con tutte le attenzioni che, normalmente, si riservano ai professionisti. Per il sottoscritto è stato un periodo di grande arricchimento e crescita, tali da decidere di intraprendere la carriera di allenatore. Quanto ai giocatori, buona parte di quelli usciti dai vivai di Virtus e Mens Sana sono ancora protagonisti a medio-alto livello in Italia”.
C’è un episodio che ricorda ancora con piacere?
“Ne cito un paio. Ho un ricordo bellissimo, che purtroppo è anche un rimpianto, della finale scudetto Under 19 persa contro la Benetton di Gaspardo e Zanelli: non eravamo assolutamente pronosticati e fu una grandissima esperienza, anche se forse quella partita la buttammo via noi. Come assistente della prima squadra ho in mente la gara contro Sant’Antimo nella quale Marcello Billeri fu espulso e mi ritrovai a gestire i ragazzi dovendo rimanere seduto, perché ancora non ero in possesso dell’abilitazione per fare il vice: gettai nella mischia Matteo Imbrò, che aveva 15 anni e disputò una grande partita”.
Meglio sorvolare sull’esperienza a Lucca?
“In realtà ho motivo di ricordarla piacevolmente. Fino a quando siamo potuti scendere in campo eravamo quarti in classifica, credo ci saremmo divertiti se non ci avessero stoppati per problemi economici”.
Chi glielo fece fare, a nemmeno 30 anni, di accettare la Mens Sana appena cancellata dal basket che conta?
“Feci una pazzia, vero. Una pazzia doppia, ben sapendo che alla Mens Sana, di allenatori senesi, avevano vinto solo Cardaioli, Brenci e, ovviamente, Pianigiani. La squadra era forte, ma la pressione era immensa e per me che a Siena sono nato e cresciuto, e che per Siena dovevo circolare quotidianamente, c’era tutto da perdere”.
Mesi intensi anche fuori dal campo?
“L’ambiente era alle prese con un vero e proprio trauma, la gente aveva ancora negli occhi il tiro di Janning che gira sul ferro ed esce in gara-6 di finale contro Milano, oltre a tutto il resto che aveva determinato la fine di una storia di grandissimi successi. Furono mesi caratterizzati soprattutto dalla forte e orgogliosa reazione della tifoseria, che si dimostrò splendida sin dal primo giorno e ci spinse verso il successo finale. La gioia sprigionata dopo la vittoria decisiva, a Forlì contro Agropoli, la porto dentro il cuore: spero in futuro di vincere altri campionati, ma non credo avranno mai lo stesso sapore di quello”.
Il passo indietro, definiamolo “di lato”, nell’annata successiva fu una sua decisione?
“Avevo vinto un campionato da capo allenatore, vero, ma per la mia formazione trascorrere un’annata accanto a un coach esperto come Alessandro Ramagli significava fare un anno di master: a livello personale è stata una stagione eccellente, lo è stata anche sul campo per i risultati ottenuti, i migliori nella breve storia di quella Mens Sana. Purtroppo dietro l’angolo c’era già una situazione finanziaria complessa e se non fosse stato per i tifosi, per il loro incredibile intervento a sostegno delle risorse del club, l’avventura sarebbe durata solo pochi mesi. Nella stagione successiva, sono onesto, ripresi in mano la squadra solo per spirito di servizio, non eravamo così forti come qualcuno aveva cercato di far credere in estate. Comunque con l’innesto di Kyzlink rimettemmo in sesto l’annata e ci salvammo”.
La sua strada si separò da quella biancoverde pochi mesi prima del nuovo tracollo societario. Bravura, intuito o altro?
“I presupposti di ciò che sarebbe successo iniziavano a vedersi già da tempo. Il grande bluff si è poi scoperto nei mesi successivi, quando non si poteva più fingere di avere possibilità economiche che proprio non esistevano”.
Oggi Siena ha tre squadre in C Gold, che effetto le fa?
“È una situazione molto triste, la città ha ben altra tradizione in ambito cestistico e non parlo solo della Mens Sana, che è sempre stata trainante nel movimento senese, perché anche la Virtus, seppur nella sua dimensione familiare, ha comunque vissuto momenti importanti in B1 e lo stesso Costone ha trascorsi di buon livello”.
Come si può uscire da una situazione del genere?
“Non mi pare che a breve si intraveda una soluzione di ripartenza, soprattutto per la Mens Sana che ha sempre avuto tradizione e maggior seguito. Le stracittadine magari hanno riacceso un po’ la passione, però è indiscutibile che in un palasport grande come quello di viale Sclavo tutti quei vuoti rappresentino una ferita. Ricordo che l’anno della B facevamo 2000/2500 spettatori, oggi quei numeri non ci sono anche perché il livello della categoria certo non aiuta ad attirare ulteriore partecipazione: non ci si deve illudere di tornare in Eurolega, sappiamo tutti che non esistono più certi presupposti, ma rimanere impantanati in C Gold rischia di bloccare il movimento”.
Si riferisce all’assenza, in giro per l'Italia, di giocatori senesi?
“Gli ultimi in circolazione con l’I726 sul codice fiscale rimangono Davide Bruttini e Tommaso Marino, ma dalle società senesi uscivano, come detto, anche tanti giocatori di scuola senese, che permettevano alle società di potenziare i settori giovanili, le prime squadre, o garantirsi risorse”.
E gli allenatori senesi?
“Io sono stato molto fortunato, perché a Siena un tempo esistevano le condizioni per coltivare la passione di allenare e, magari, provare a renderla una professione. Senza scomodare un nome come quello di Simone Pianigiani, ragazzi nati e cresciuti in città come me o Giulio Griccioli sono riusciti ad andare avanti e a farsi largo, continuando nel solco di una tradizione di scuola cestistica fatta, appunto, anche di allenatori, oltre che di passione e tifo. Riuscirci oggi è molto più difficile, purtroppo stiamo perdendo e perderemo per strada tanti giovani che magari avrebbero la voglia e i mezzi per fare intraprendere questa carriera, ma mancano di possibilità”.
Però tra qualche giorno la sua Cento affronta Udine, che da un paio di settimane è guidata dal senese Carlo Finetti…
“Carlo è proprio l’esempio di ciò che stavo dicendo. È senese, ma ha iniziato ad allenare lontano da Siena e lontano da Siena si è sviluppata la sua carriera, che oggi, nonostante sia molto giovane, lo vede alla guida di una squadra costruita per vincere il campionato dopo averlo perso per due anni di fila in finale. So per esperienza personale che subentrare a stagione in corso non è mai facile, magari il fatto di lavorare a Udine da alcuni anni, di essere in sintonia con l’ambiente, di conoscere pregi e difetti dei giocatori, può aiutarlo a farsi carico della pressione che in simili situazioni è sempre forte: le sliding doors rappresentano però anche grandi opportunità, da una simile situazione ad esempio iniziò la carriera di un certo Ettore Messina, chiamato all’improvviso a sostituire Bob Hill che aveva lasciato Bologna per tornare negli States. Sono molto contento per Finetti e per il percorso che ha fatto in questi anni. Se devo essere sincero, incontrarlo su un’altra panchina sarà anche divertente”.
Per quale motivo?
“Carlo è stato un mio giocatore, anni fa nella Virtus. Era il capitano di quella squadra giovanile, aveva solo 14 anni ma già allora, secondo me, aveva dentro qualcosa che poteva far immaginare per lui un futuro in panchina. Del resto stiamo parlando di un figlio d’arte: Luca Finetti è stato un personaggio importante per il basket senese, io ho avuto la fortuna di incontrarlo ai tempi in cui si occupava dello staff medico rossoblu, ma la sua era comunque una presenza a 360 gradi nel club”.
Matteo Tasso

si ringrazia per la collaborazione l'ufficio stampa della società Benedetto XIV Cento

foto tratta dalla pagina facebook Benedetto XIV Cento 

 

 

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