“Non cerco solo di immortalare un momento, ma anche di raccontare una bella storia con tutti i dettagli nascosti”

Campana di origini, Yasmina Nunziata è una giornalista e fotografa del Palio. La sua prima esperienza sul tufo è stata nell’ottobre 2018, ma il suo legame con Siena affonda le sue radici, forse inconsapevolmente, nell’infanzia, provenendo da una famiglia dove il nonno era fantino. Spinta da un’attenta curiosità, ama immortalare i dettagli, dalle espressioni delle persone ai movimenti dei cavalli.

Come si è avvicinata al mondo della fotografia? In questo momento è una passione o un lavoro?
"Mi sono avvicinata alla fotografia per passione e un po’ per dispetto; da bambina, infatti, amavo rubare i rullini dei miei genitori con dentro qualche ricordo. Questa attrazione si è concretizzata successivamente con le macchine fotografiche che mi venivano regalate. Adesso posso finalmente dire che la passione è diventata lavoro. Sono una giornalista e questo influenza il mio modo di fotografare: non cerco solo di immortalare uno scatto, ma anche di raccontare una bella storia con tutti i dettagli nascosti".
Cosa le piace fotografare?
"Fotografo tutto, non ho un obiettivo specifico. Se c’è un elemento che mi piace immortalare sono i dettagli; per il Palio, infatti, cerco sempre di catturare le espressioni delle persone e i movimenti dei cavalli. Mi sento un’allieva del mondo che osservo e la mia vera spinta è la curiosità, quel desiderio costante di scoprire un nuovo modo per raccontare la stessa storia".
Quando ha capito che fotografare era la strada giusta da percorrere?
"Penso proprio da bambina. Non ho ricordi di me senza una macchina fotografica. Volevo sempre immortalare qualcosa a tutti i costi: di solito dico che sono incapace di raccontare qualcosa senza un mio scatto".
Da non senese, come è il suo rapporto da fotografa nei confronti della festa?
"Sono originaria della Campania, ma vivo a Siena dal 2018. La mia prima esperienza con il Palio è stata in occasione dello straordinario. Ho legami con il mondo dei cavalli da quando sono piccola; vengo, d’altronde, da una famiglia dove mio nonno era fantino e dove la casa era sempre piena di trofei e medaglie. È incredibile come la vita mi abbia portata in un altro luogo rispetto a quello dove sono nata, ma con la solita atmosfera. Entrare in Piazza del Campo nelle novantasei ore di Palio è un tripudio di emozioni, tutto è difficile da descrivere. Spesso sono alla mossa, catturo le espressioni dei fantini. Fotografare il Palio non significa “coprire l’evento”: è la tensione delle vene sul collo del fantino mentre cerca di tenere fermo il cavallo ai canapi, il tufo che si solleva nell’aria, sono le dita di un contradaiolo che si aggrappano nel legno dei palchi. Il legame con Siena ha le sue radici, come già detto, nella mia infanzia e anche nella mia formazione; qui ho studiato giornalismo e, da quando sono arrivata, non l’ho voluta più lasciare. Definisco la Città del Palio la mia sindrome di Stendhal. Mi hanno spinta a restare il mio professore che ribadiva sempre che non si può vivere a Siena senza sapere come è animata".
In questo momento che collaborazioni ha?
"Per il Palio collaboro con Tufo al Cuore e ultimamente ho preso parte alla mostra “Foto Mosse” e alla terza edizione di “Chiacchiericci”. A livello giornalistico scrivo su “Siena Sociale” e sulla fiorentina “Edera Rivista”. Ho anche partecipato recentemente con le mie fotografie a un libro di poesie intitolato “Scatti di versi” di Michele Vittori".
Nella sua carriera da giornalista e fotografa ha dei modelli di riferimento e d’ispirazione?
"Nel mio percorso fotografico mi lascio guidare dallo sguardo di maestri come Eliott Erwitt, Henri Cartier-Bresson e Letizia Battaglia. Mi ritrovo anche nel pensiero di Domon Kon, pioniere del realismo giapponese che sosteneva che il valore autentico di un’opera sia nell’indissolubile legame tra la macchina fotografica e il soggetto".
Esiste uno scatto perfetto?
"Non credo nell’esistenza di uno scatto perfetto, ma credo nel momento perfetto: trovarsi nel posto giusto nel secondo giusto. Se pensassi di aver già realizzato la foto perfetta, perderei lo stimolo principale e vitale proprio della fotografia".
Niccolò Ricci


































