CAFèDAUTORE

FRANCESCO RICCI: "LA LETTERATURA È UN ANTIDOTO ALLA CULTURA DELLA FRETTA"

News inserita il 29-12-2019 - Attualità

Una conversazione sul valore della lettura nella società della prestazione, dell'immagine, della velocità e del presentismo

Io che l’ho scelta come area di studi e ho deciso di farne il mio futuro, ho sempre pensato che la letteratura fosse, in un mondo di filtri e di rincorsa alla perfezione, uno degli ultimi baluardi della complessità umana; un’oasi fantastica dove si è liberi di sentirsi fragili e dubbiosi senza dover ignorare le debolezze, in cui l’atto di porsi domande rende più prossimi alla propria interiorità che quello di inventarsi risposte. Perciò sono stata felice quando ho appreso la notizia dell’inaugurazione a Siena in Piazza del Sale del Cafè d’Autore, che non è solo un bar, ma una realtà in cui alcuni appassionati trasmettono l’amore per l’arte, la musica e le lettere. Ho voluto incontrare uno di loro, Francesco Ricci, scrittore e insegnante di italiano e latino al Liceo Classico Piccolomini a Siena, parlare delle sue pubblicazioni e del Cafè e discutere del valore della lettura nella società della prestazione, dell’immagine, della velocità e del presentismo. 

Com’è nata l’idea del Cafè d’Autore?

L’idea del Cafè d’Autore è nata circa cinque mesi fa. Conoscevo già uno dei due soci, Alessandra Signore, che mi chiese se ero disponibile ad aiutarla in questa avventura e in particolar modo se avevo in mente anche possibili incontri con qualche autore oppure delle lezioni, chiamiamole così, con un taglio più divulgativo. Poi a luglio si è tenuta l’inaugurazione e ora il Cafè d’Autore è diventata una bella realtà per Siena perché ospita mostre di pittura e di fotografia e incontri, che si tengono solitamente il venerdì e sono coordinati da Barbara Amoroso che dà voce a tanti scrittori più o meno noti. Vengono organizzate anche serate di ottima musica di genere sia pop che jazz. Per quanto mi riguarda ricordo volentieri il ciclo di incontri “Storie di scrittura e d'amicizia” in cui ho ripercorso quella che è la vicenda esistenziale oltre che letteraria di Morante, Ginzburg, Moravia, PavesePasolini e via dicendo. L’aspetto più bello è la partecipazione a questi incontri di un pubblico di ogni età e dunque credo davvero che per la città sia uno spazio fondamentale.

Secondo lei com’è lo stato di salute della cultura a Siena? C’è il pubblico ma mancano le iniziative o ci sono le iniziative ma manca il pubblico? O per essere una città di circa sessantamila abitanti va bene così com’è?

Di iniziative letterarie ce ne sono tante e qui un plauso va fatto alle nostre librerie cittadine perché organizzano anche incontri con autori importanti, che integrano il ricco programma della Biblioteca degli Intronati. Per il resto sono sempre dell’idea che Siena avrebbe bisogno, ma occorrono tempi lunghi per prepararla, di una mostra di pittura dedicata al Novecento italiano. Credo che in questa città si potrebbe fare molto di più. Penso a una realtà come quella di Pistoia dove ormai da anni ha preso piede i “Dialoghi sull’uomo” che è una vetrina in cui è possibile incontrare personalità come Recalcati e altre figure molto importanti. Credo che questo a Siena manchi.

Dunque mancherebbe un appuntamento fisso? 

Esatto, che si ripeta periodicamente e che dia una visibilità a livello nazionale. Un appuntamento, una rassegna, per cui ogni anno si sappia che a Siena si terranno quegli incontri, quei dialoghi, quegli eventi, come ad esempio avviene a Lucca con il Lucca Comics. Siena ha bisogno di una dimensione nazionale. 

Secondo lei la letteratura cosa può ancora dare oggi a una società molto materialista, ossessionata dall’ “utilità” e bombardata dai nuovi media? 

Credo che la letteratura, purché non insegua la contemporaneità e quindi non cerchi ad esempio di riprodurre il linguaggio dei social media, possa dare tanto, anzi penso che sia uno dei pochi baluardi per più di un motivo. Innanzitutto restituisce ricchezza al linguaggio; stiamo assistendo ad un impoverimento del linguaggio nei più giovani, ma anche nelle persone mature. In secondo luogo la letteratura è uno dei pochi mezzi che può aiutare a formare, specie nelle nuove generazioni, una ricchezza emotiva. Quando si parla di impoverimento dell'alfabeto emotivo, cioè del fatto che i nostri adolescenti non riconoscono in sé certe emozioni e quindi non le riconoscono neppure negli altri, facciamo una constatazione giusta, ma omettiamo di dire che forse leggere di più i testi, incontrare su pagina il dolore, la gioia, la compassione, la sofferenza, contribuirebbe a formare in loro non solo il corpo, non solo la mente, ma anche l’anima. Da questo punto di vista io concordo in pieno con le osservazioni di Umberto Galimberti che stigmatizza questa povertà emotiva dei nostri adolescenti, che ne sono le vittime. Inoltre credo che la letteratura in fondo regalerebbe anche una maggior creatività e fantasia a tutti quanti perché consente di vivere tante vite, ma anche tante storie e di uscire da quella dimensione così veloce, così rapida. Questo è un altro aspetto importante; la lettura richiede da sempre solitudine, concentrazione e lentezza e quindi può rappresentare un antidoto a questa cultura della fretta, a questo presentismo che è uno dei mali della nostra epoca ed è indotto anche dai social. 

Ha parlato delle nuove generazioni, che sono anche oggetto di analisi profonda nei suoi libri. Quali sono secondo lei gli elementi di differenza, ma anche di novità che vede nella gioventù moderna rispetto a quella di qualche anno fa?

Lo scarto l’ho avvertito dai primi anni del 2000. Ho iniziato ad insegnare agli inizi degli anni ’90, dunque sono quasi trent’anni. In questo arco temporale ho visto cambiare molto gli adolescenti, ma la frattura c’è stata a partire dal 2003/2004. Innanzitutto a me pare abbiano un rapporto con il sapere sempre più strumentale, vale a dire che seguono le lezioni, portano avanti i programmi, però non possiedono il gusto di approfondire un argomento o un autore. Fanno il minimo perché sanno che è necessario il diploma per iscriversi all’università e via dicendo. Da questo punto di vista ho notato un impoverimento nelle motivazioni dello studio. In aggiunta hanno un rapporto sempre più difficile con l’insuccesso, con la sconfitta, con il brutto voto. Questo d’altra parte non mi meraviglia perché essendo la nostra la società della prestazione, ecco che chi fallisce viene etichettato subito come un perdente, quando in realtà noi cresciamo, come ha affermato tante volte anche Massimo Recalcati, proprio nella caduta, nell’inciampo. È naturale; inciampiamo, ci risolleviamo e apprendiamo dai nostri errori. Oggi invece l’errore, il fallimento, dai genitori e dalla società viene bandito come una colpa e quindi questi ragazzi ne hanno paura. Un’altra caratteristica che mi colpisce molto, se ne lamentano in tanti, è il picco negativo nella lettura; oggi si può dire che le cose che i nostri ragazzi sanno, le apprendono più per averle viste che per averle lette. E dunque anche consigliare loro un libro è difficile perché è andare contro quella che è ormai una loro attitudine. Un tempo si diceva: “Ti è piaciuto più il film oppure il libro?”. Oggi già questa domanda suona un po’ retorica perché in realtà la lettura di un testo è qualcosa che non appartiene più al loro mondo, al loro universo. Ciò anche per quanto riguarda la composizione scritta; nei miei temi in classe come tracce propongo dei versi, un brano in prosa, un aforisma di un filosofo, invitando gli studenti a riflettere su loro stessi, proprio perché credo abbiano bisogno di indagare la propria interiorità, di capire cosa vogliono fare e chi sono. Negli ultimi sette/otto anni a livello di stile, a livello di forma, è completamente scomparso l’andare a capo. Un tempo si diceva “vai a capo” terminato un argomento. Ora no. Anche quelli più bravi scrivono in maniera continuata e questa è una conseguenza del fatto che sui social credo che nessuno di noi vada a capo. Questo per dire come le nuove tecnologie influenzano il modo di pensare e di scrivere. La scuola dovrebbe un po’ relativizzare, credo, questa tendenza, anziché rincorrere la digitalizzazzione a tutti i costi. La scuola potrebbe rappresentare un’argine di fronte a questa contemporaneità che ha degli aspetti positivi, ma anche degli elementi negativi. 

Sui giovani ci sono un sacco di luoghi comuni come, per esempio, che hanno poche passioni, obiettivi, che sono poco attivi. Seconte lei quanto sono veri?

Se oggi è vero che i giovani sono più pigri, più apatici, meno creativi, ciò dipenderà, forse, anche dalla società nella quale vivono. In realtà il mio forse è soltanto retorico perché sono convinto che dipende fondamentalmente da questo. È vero; lamentiamo che i nostri giovani siano un po’ ripiegati su loro stessi, che non coltivino molte passioni, ma noi abbiamo tolto a questi ragazzi il futuro. Il futuro è il tempo della progettualità. Ricordiamo che etimologicamente significa “gettarsi avanti”. Ma dove si devono gettare avanti questi ragazzi se il futuro s’è convertito da risorsa, come lo era ancora per me, in una minaccia? Allora è chiaro; se il futuro fa paura non ci si pensa, si vive nel presente, ma il tempo della progettualità è il futuro, non il presente. Qualche anno fa è stato pubblicato un bellissimo saggio di Miguel Benasayag, uno psicoanalista ispano-americano, intitolato L’epoca delle passioni tristi in cui l’autore lamenta questo; l’epoca delle passioni tristi è l’epoca dei nostri giovani, i quali hanno smesso di vedere il futuro. Di conseguenza cercano delle vie di fuga per non pensare a questo presente opprimente e a un futuro che non c’è. Oggettivamente oggi è difficile consigliare ad un ragazzo che cosa fare dopo l’università.

Riguardo ai nuovi progetti di scrittura a cosa sta lavorando? 

Al momento sto promuovendo gli ultimi due libri: uno è legato appunto agli adolescenti, Prossimi e distanti, che è il proseguo in un certo senso de La bella giovinezza, dando più spazio al discorso della letteratura. Ho cercato di vedere che cosa significasse essere adolescente ai tempi di Moravia, Tabucchi, Morante o Pavese e cosa significa esserlo oggi. Mi hanno anche invitato al Festival delle Scoperte di Firenze che si terrà tra il 20-22 marzo. Da qualche mese è uscito il mio secondo romanzo Elsa: le prigioni delle donne che, al pari del primo, parte da una forte base documentaria. Io non sono un costruttore di storie, a me non riesce edificare delle trame alla maniera dei grandi romanzieri; mi interessa soprattutto scavare nell’animo di uno scrittore, partendo certamente dai suoi romanzi, ma soprattutto dai diari e dalle lettere. L’ho fatto con Pasolini e adesso con Elsa Morante, che io reputo essere una delle più grandi scrittrici di tutto quanto il Novecento. Con l’anno nuovo ho in programma di presentare questo libro, al quale tengo molto, in diverse città.

Quali sono i prossimi progetti al Cafè d’Autore?

Al Cafè d’Autore riprenderemo ad anno nuovo. Ho già in mente di concentrarmi sulla letteratura al femminile, perché reputo questo universo estremamente più interessante, affascinante e complesso di quello maschile. Vorrei portare l’attenzione su delle poetesse anche meno note del Novecento oppure, se note, magari meno lette e frequentate perché un po’ ostiche, trovando il modo di renderle accessibili. Poetesse come Giovanna Bemporad, un po’ dimenticata ma in realtà è stata una grande, Amelia Rosselli e molte altre. Di sicuro sempre con questa formula di un tre quarti d’ora, cercando di utilizzare un linguaggio chiaro e portando in primo piano la donna che si cela dietro la scrittrice. 

Francesca Raffagnino

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