Dopo l’incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Fim, Fiom, Uilm e Uglm chiedono interventi urgenti: investimenti insufficienti, ammortizzatori gestiti male e incognite sul futuro del sito di Siena

Avanza con lentezza e criticità il piano industriale di Beko siglato nell’aprile 2025. È quanto denunciano con preoccupazione Fim, Fiom, Uilm e Uglm al termine dell’incontro di ieri presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove le organizzazioni sindacali hanno tracciato un quadro giudicato “insoddisfacente” dello stato di attuazione degli impegni presi dall’azienda.
Secondo quanto emerso durante il confronto, la direzione di Beko ha dichiarato di aver investito circa 110 milioni di euro negli stabilimenti italiani nel corso dell’ultimo anno. Tuttavia, gli stessi vertici aziendali hanno riconosciuto una fase di forte difficoltà del mercato, segnata da una crescente pressione competitiva – in particolare da parte dei produttori asiatici – e da uno spostamento della domanda verso prodotti di fascia economica. Una dinamica che ha reso necessari anche interventi di rafforzamento del capitale.
Nonostante le uscite volontarie incentivate concordate nel 2025 siano state quasi interamente completate, continua a pesare il ricorso esteso agli ammortizzatori sociali, segnale evidente – secondo i sindacati – di un equilibrio produttivo ancora lontano.
Nodo Siena: investitori cercasi, ma senza certezze
Particolare attenzione è stata dedicata al sito produttivo di Siena. L’azienda ha riferito di aver ricevuto nove manifestazioni di interesse, con un’ipotesi attualmente allo studio che prevede la possibile presenza congiunta di tre soggetti industriali. Questi potrebbero assorbire i 153 lavoratori attualmente rimasti dopo le uscite incentivate. Tuttavia, il riferimento occupazionale fissato dall’accordo quadro resta pari a 229 posti, lasciando dunque un significativo divario ancora da colmare.
Le sigle sindacali denunciano l’incapacità, a distanza di un anno, di individuare investitori concreti in grado di garantire una reale prospettiva industriale per il sito toscano.
Il quadro generale delineato dai sindacati evidenzia ulteriori elementi di criticità: ritardi negli investimenti programmati e una contrazione dei volumi produttivi che, nel loro insieme, mettono a rischio la riuscita complessiva del piano industriale.
A ciò si aggiungono problematiche nella gestione degli ammortizzatori sociali. In particolare, viene segnalata una distribuzione non equa della cassa integrazione, con penalizzazioni per alcune categorie di lavoratori, tra cui quelli con ridotte capacità lavorative e il personale impiegatizio. Critiche anche alla scarsa rotazione tra i dipendenti e alla debolezza dei percorsi di ricollocazione interna.
Terminata la fase delle uscite incentivate, le organizzazioni sindacali chiedono ora l’avvio di un processo di stabilizzazione per i lavoratori interinali e in staff leasing presenti negli stabilimenti del gruppo.
Le richieste a istituzioni e governo
Nel documento unitario, i sindacati rivolgono un appello diretto alle istituzioni. Alla Regione Toscana viene chiesto di rafforzare l’azione di promozione territoriale, ritenuta fondamentale per il successo del progetto di reindustrializzazione di Siena. Al Governo, invece, si sollecita un intervento più incisivo nei confronti di Beko, affinché vengano rispettati pienamente gli impegni sugli investimenti e sulle assegnazioni produttive.
Non solo: viene richiesta anche l’apertura di un tavolo nazionale dedicato al settore degli elettrodomestici, considerato strategico ma oggi esposto a forti rischi a causa della crisi energetica e delle trasformazioni del mercato globale.
“Serve un intervento urgente per evitare il declino”
Il messaggio finale delle organizzazioni sindacali è netto: senza un’azione coordinata e decisa, il rischio è quello di un progressivo indebolimento dell’intero comparto del “bianco” in Italia.
Da qui la richiesta di una nuova convocazione al Ministero, con l’obiettivo di affrontare in modo strutturale una crisi che, se non gestita, potrebbe avere conseguenze pesanti sul piano industriale e occupazionale.







































