ALESSANDROGRAZI

ALESSANDRO GRAZI: "DOPO IL PALIO SCELSI DI FARE L'ARTISTA A TEMPO PIENO"

News inserita il 27-08-2020 - Attualità

Il pittore e scultore senese racconta la sua arte, l’esperienza come pittore del Drappellone e i traguardi della sua carriera

                                             

Graffi e saette di segni, geometrie vibranti di colore che si rendono protagoniste dello spazio, su cui si affacciano accenni di sagome e frasi, che gettano lo sguardo sui sentimenti contemporanei. Il linguaggio visivo del pittore e scultore senese Alessandro Grazi ha nella sua essenza la dinamica; la dinamica che percepiscono i nostri occhi, che seguono la corsa delle linee, e la dinamica che accompagna il momento di creazione: «Ho bisogno di pensare che l’opera fatta sia finita cinque minuti prima e che forse abbia ancora da finirsi». L’immediatezza poi del messaggio comunicato all’osservatore, riassunto abilmente in una forma chiara e istantanea, semplice: «Questo è un difetto o il pregio di aver fatto il grafico perché nella grafica devi riuscire con pochi elementi a comunicare quello che vuoi dire. Questa è la sintesi. Poi ho avuto anche dei periodi con delle opere piene zeppe di roba». La fase artistica che sta attraversando in questo momento invece è di ripulitura: «Ora uso bianco, nero e rosso» arrivato ad un punto in cui vuole «lasciare solamente le cose che veramente mi interessano». Dunque ha tolto molti segni, molti colori per riabbracciare una tendenza che aveva assunto in passato: «Da ragazzo facevo molti lavori solo in bianco e nero, solo china su carta, per cui dopo quarant’anni sono tornato a rifare quelle cose lì, ma con altri segni e altre aggiunte. Sono ritornato all’origine. Nel mezzo c’è stato tutto un periodo blu e verde, uno giallo e arancione…». Grazi non teme la sperimentazione e abbraccia il cambiamento, pur riuscendo a mantenere i tratti che lo contraddistinguono: «Voglio dire; io mi annoio anche», affermando che se dipinge troppe volte il medesimo soggetto, sente successivamente l’esigenza di cambiare tema, «Quando cominci a pensare che per farti riconoscere devi ricopiarti non va bene» rivendicando l’importanza della componente istintiva ed estemporanea della sua arte.

                      

                                            Under the same sun (gennaio 2019)

Mi illustra il suo metodo di lavoro: «Il mio critico (Giammarco Puntelli) dice che le mie opere non sono italiane, ma nord-europee, perché ho uno stile asciutto, con queste forme molto geometriche, che ci sono sempre state, ma che alla fine hanno trovato la giusta collocazione, anche per via dei materiali. Io dipingo praticamente su tutto», accenna alla mostra collettiva EcoRadicondoli, che lo scorso anno è giunta alla decima edizione e che raccoglie opere realizzate su materiali di scarto «Prendo molte cose che trovo in giro e le dipingo». Il supporto diventa parte attiva e integrante del prodotto artistico, come mi spiega facendo l’esempio di un grande telo in tessuto tipo feltro che ha usato, che può arrotolare e dunque trasportare facilmente e che in più ha la caratteristica di poter regalare degli effetti particolari, «come se io dipingessi con un grandissimo pennello sopra ad un foglio di carta che successivamente riesco ad ingrandire» e su cui dunque si possono creare delle sfrangiature, questi segni a tratti intensi e a tratti interrotti e sfumati, a momenti simili a degli schizzi grazie anche all’impiego della grafite e dell’acqua. «E poi naturalmente ci sono le scritte che sono la cosa principale; sono il titolo, ma anche il messaggio che vorrei in qualche modo venisse fuori dall’opera. Queste frasi sono dettate o da argomenti di attualità o da quello che succede intorno a me. In questo momento le sto chiamando infatti opere sociali» perché, afferma, si interessa a temi che generalmente vengono percepiti solo come problemi e difficoltà, evidenziandone invece i caratteri positivi, «cose di cui bisogna essere felici perché succedono». Gli chiedo di farmi un esempio di un argomento di attualità che lo ha particolarmente toccato: «Molte mie ultime opere sono dedicate a quella che è la considerazione di una diversità che deve esistere e che non deve essere discriminata» riferendosi non solo alla discriminazione di tipo razziale «ma anche a quella di carattere religioso, di pensiero…; l’atto di denigrare le persone che la pensano differentemente». Tra le opere che affrontano l’abbraccio della diversità come ricchezza, ne rammenta una di due metri per due metri su cui ha scritto Race no race, a sottolineare l’inconsistenza della parola “razza” «perché siamo tutti diversi con le nostre particolarità». 

                                   

                                                            Race no race

Faccio un salto indietro e gli domando com’è nata la sua passione e quando ha deciso di farne il suo mestiere: «Dico sempre che per un certo periodo della mia vita ho fatto Dr Jekyll e Mr Hyde, cioè la notte facevo l’artista e di giorno l’altro lavoro, che è quello del grafico e del creativo». Parla dei suoi studi da perito edile e di come suo padre gli abbia trasmesso la passione per l’arte: «insegnava Architettura all’Istituto d’Arte e portava a casa opere di Semplici, Valacchi, Pollai, cose spettacolari. In qualche modo mi sono abituato alla bellezza». Inoltre «sin da bambino, anche alle elementari e alle medie, tutti mi dicevano: “Perché non fai l’artista?”. Poi invece la vita mi ha portato prima a fare il progettista di piscine, di case, di negozi». La svolta avvenne quando dipinse sul tema del volontariato il Drappellone per la carriera del 2 luglio 2007, conquistato dalla Contrada dell’Oca: «Da quel momento lì decisi che dovevo fare quello che avevo sempre tenuto un po’ da parte», nonostante comunque fosse presidente di un’associazione di artisti e avesse già partecipato a concorsi e venduto delle opere: «Da quel momento lì ho deciso di abbandonare tutto e di fare solamente l’artista. Diciamo che la mia vita vera, scoperta al cento per cento, è stata dal 2007 in poi». Ricorda di aver considerato il Cencio «come un figlio» poiché vi dedicò molto impegno, lavoro e cura. Alla preparazione si accompagnò inoltre la riflessione sul tipo di Drappellone che avrebbe voluto realizzare, affrontando la non semplice sfida di conciliare il suo sguardo contemporaneo con il passato di una tradizione: «Sono riuscito a dargli una connotazione moderna. Alcuni pensano che il Palio debba ricordare il periodo a cui risale, come se dicessi: “Oggi dobbiamo realizzare un’opera che ricordi quel tempo lì, ma che non esprima quello attuale”. Non è possibile, fai un falso storico. Impieghi uno stile che non può andare bene oggi perché le persone sono abituate ad altri mezzi di comunicazione, ad un’altra educazione visiva, hanno bisogno di cose diverse. Va benissimo che un artista dipinga come Caravaggio, ma può esserci anche quello che dipinge come Basquiat» e possono esserci entrambi, sostiene, ma il secondo più dell’altro è espressione naturale della sensibilità contemporanea «anche se io apprezzo Caravaggio come uno dei miei preferiti».

            

                                               Il Drappellone per la carriera del 2 luglio 2007

Grazi guarda sia ad artisti astratti che figurativi: «Non ho una predisposizione verso quello o l’altro stile. […] Vado a molte mostre e piano piano mi sono trovato ad avvicinarmi alle cose che più mi piacciono». Nomina il pittore e scultore spagnolo Antoni Tàpies «e poi ho avuto una folgorazione quando sono andato a vedere le opere di Burri, di Fontana; questi hanno colpito molto la mia fantasia. Se penso al figurativo sono molto più nostrale; uno dei miei preferiti è Beccafumi perché riesce a tirar fuori una luce interiore dalle figure. Sembra che la loro illuminazione infatti non provenga dal sole, dalle candele o da quello che ci può essere; hanno questa dolcezza e sono come delle lucciole».

Molte sono state le mostre e i traguardi collezionati da Alessandro Grazi nel corso della sua carriera; tra i tanti la partecipazione all’Expo 2015 a Milano, all’evento L’Eternità nell’Arte nel 2016, omaggio al Giubileo della Misericordia, con la direzione artistica di Giammarco Puntelli, l’esposizione nell’ambito del progetto Italians nella Casa del Mantegna a Mantova nel 2016, quella a Berlino Italians in Berlin nel 2019, l’inaugurazione nel 2017 della personale Delizia Istintiva presso la Galleria Comunale Cesare Olmastroni a Palazzo Patrizi…Gli chiedo di raccontarmi un episodio della sua carriera che gli ha dato molte soddisfazioni e ricorda la personale a New York Spatialism and Futurism, che si tenne da gennaio ad aprile 2019 presso la Galleria Nancy Dryfoos, su invito della Direzione Artistica delle gallerie della Kean University: «È stata un’emozione». Per quell’esposizione realizzò dodici opere in quindici giorni «iniziando volutamente il primo di Gennaio, lavorando anche di notte senza dormire, perché volevo che fossero espressione del momento poco prima della partenza per New York», tutte sullo stesso telo, che poi ha tagliato, così da dare la possibilità in futuro, anche se molte sono state vendute, di rimetterle insieme come pezzi di un puzzle. «Questo fa parte di un concetto che ho sempre sostenuto; voglio essere il più spontaneo possibile. Per cui quando lavoro sulle opere, ma anche sulla grafica (ogni tanto mi capita ancora), lo faccio all’ultimo secondo, perché nella mia mente ormai ho imparato ad eliminare il superfluo. È un concetto adrenalinico; riesco a caricarmi a tal punto che il risultato che ottengo per me è quello giusto». Sempre in riferimento all’esperienza a New York descrive la Kean University come un luogo in cui vengono insegnati molti mestieri «dalla sartorialità a livello professionale, alla recitazione, alla scenografia, all’organizzazione di uno spettacolo…Agli studenti era stato assegnato un padiglione grandissimo e dovevano dare un nome alla mostra, fare la pubblicità, invitare gli artisti, fare la curatela e i cataloghi in maniera professionale…», una attenzione tale per l’arte che lo impressionò e che a suo parere purtroppo in Italia non c’è «nonostante ci siano fior d’artisti. Abbiamo una particolarità; sebbene io faccia questo lavoro da tanto tempo, tutte le volte la domanda, che sorge spontanea nelle persone che non sono dell’ambiente, è: “Si ma il mestiere vero qual è?”. Tutti pensano che l’artista non possa vivere della sua arte, invece c’è la possibilità se lo fai fieramente; devi essere manager di te stesso. È una carriera uguale identica a quella di un manager e nello stesso tempo devi essere bravo a dipingere o a trovare un tuo linguaggio per esprimerti».

                             

                                                                         Sei trasparente (2017)

Racconta che quest’anno si è dedicato ad un progetto particolare, in collaborazione con Antonio Perotti e che coinvolge altri sedici artisti italiani e il designer d’auto Umberto Palermo, che riprende e ridisegna personalizzandole macchine come Ferrari, Alfa Romeo, Fiat…; Grazi è stato invitato a caramellare una propria opera su un quadriciclo elettrico, un veicolo innovativo che «assomiglia a una macchina dei primi del Novecento» e che è stato presentato anche al Museo dell’Automobile Gianni Agnelli a Torino riscuotendo curiosità e successo «Andremo in tutta Europa in giro con questa macchina». La pandemia purtroppo, come è successo a molti in ogni ambito, ha determinato il rinvio di alcuni progetti: «Quest’anno avrei dovuto partecipare all’Expo di Abu Dhabi-Dubai, ma l’hanno rimandato» per il quale evento era pronto a presentare i suoi quadri astratti rappresentanti i cavalli, sapendo che sono animali molto amati nelle terre arabe.
Gli domando che consigli darebbe a chi vuole fare dell’arte il proprio mestiere: «Crederci fino all’esasperazione perché le prime volte a me hanno detto, anche quando facevo il grafico: “Lei non deve fare questo mestiere”. Se ti dicono di no andare avanti, facendo un lavoro su se stessi oltre a quello sulla carta. Se uno ci crede è bene che si mostri, sono contrario al tipo di lavoro: “Io faccio questo ma lo nascondo”. Se sei veramente convinto di quello che fai, lo devi saper difendere». Suggerisce di «trovare il prima possibile delle persone che credono in te, che ti possono aiutare a far conoscere la tua arte. E naturalmente oggi come oggi è indispensabile essere presente sui social» Si tratta, afferma, di quello che in gergo viene definito costumer satisfaction ovvero di mantenersi in contatto con i propri acquirenti e tenerli aggiornati sui nuovi lavori e iniziative facendo leva su queste nuove piattaforme web. Grazi è autodidatta, «non ho fatto corsi di pittura, però ho uno stile riconoscibile, una mia interpretazione molto personale della realtà» che gli permette non solo di esprimersi in libertà attraverso i suoi lavori, ma anche di proporre un prodotto che porta la firma del suo pennello.

Francesca Raffagnino                  

 

 

 

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