

Non deve essere stato facile ieri sera per gli amanti del cinema vedersi piombare sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano (tutto esaurito) Elio Germano. Ancora abbagliati dall'interpretazione nel film "La nostra vita", l'opera di Daniele Luchetti
che ha consacrato nell'olimpo della settima arte l'attore romano, la
curiosità nel vedere a teatro uno dei migliori talenti italiani del
decennio era decisamente alta.
Eppure è bastato poco, il tempo di alcune battute, a riconoscere un
attore con un vestito tutto nuovo ma con quel carattere e quella fiera
spavalderia ormai nota a tutti dai tempi di Cannes, quando con il luccicante premio in mano non risparmiò commenti al vetriolo alla classe politica italiana.
Elio Germano, nei panni di Thom Pain, entra con il buio. Parla,
scherza, si destreggia nei paradossi, cita il mistero della paura,
spettro dell'umanità e fedele compagna d'avventura. Sì ma cosa è questo stato d'animo? Un
dato di fatto o uno stato mentale? Ecco il primo tentativo di far breccia nel
pubblico assunto complicemente a ruolo di spettatore protagonista nella miscela di
emozioni della serata.
Scenografia scheletrica composta da una sedia, un vocabolario rosso e
una bottiglia d'acqua. Il protagonista è vestito elegante ma reso buffo
dalle due taglie superiori, gli occhiali da "secchione", l'area
affascinante a metà tra il filosofo e il matto paesano. Il Thom Pain di
Germano è una camaleontica figura che sprigiona un mix di stati
d'animo, passioni e repentini cambi di umore. Un uomo frustrato che
cerca comprensione, che conosce la vita e che dà risposte. Ma con un
disperato bisogno di calore e conferme, da cercare nel pubblico che si
mostra complice e affascinato ma anche un po'intimorito da un possibile
contatto.
Lo show di Germano è intenso e profondo, un viaggio
nell'interiorità umana. Uno sfogo fatto di ricordi amari, infanzie
perdute ed amori a rotoli. Un'enciclopedia di battute al fulmicotone e
di insicurezze spavalde. Le doti di Germano sono indiscutibili: la
vitalità con cui carica il personaggio è notevole. Eppure il pubblico
poco a poco si identifica sempre più nella fantastica schizofrenia di
Thom Pain. Già perchè davanti non c'è più il trionfatore di Cannes, ma un nostro
ego che ci racconta lampi della nostra vita, che sputa sentenze che non
oseremo mai pronunciare ma che quotidianamente fanno capolino nella
nostra testa.
Verrebbe voglia di leggere l'opera di Will Eno, da cui lo
spettacolo è tratto, per vedere se tutto è improvvisato. Invece no,
tutto gioca a favore del disorientamento. Come quando Thom Pain scende e
sale sul palco senza una minima logica, ruba un giubbotto ad uno
spettatore e lo fa salire sul palco salvo poi scordarselo sopra una
sedia (lo spettatore non il giubbotto!). Oppure quando sorride da solo e
un decimo di secondo dopo urla come un pazzo in preda a deliri e
libidini.
Finisce che lo guardiamo come uno specchio: Thom Pain siamo noi. E
l'omaggio finale alla vita è la certezza più bella da dove ripartire. Luca Stefanucci Foto: Andrea Fabrizi
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