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UNA FINESTRA SU SIENA: 19 MARZO, FESTA DEL PAPÀ...O DEL BABBO?

News inserita il 19-03-2017

Quale dei due termini è nato prima ed è perciò “più italiano”?

La Festa del Papà che oggi si celebra un po’ in tutto il mondo, ci stimola a fare alcune divagazioni, diciamo così, lessicali e campanilistiche allo stesso tempo. D’altra parte se l’Italia, politicamente parlando, unità lo è soltanto da poco più di un secolo e mezzo, culturalmente è addirittura ancor di più frammentata. E così il desiderio di Massimo D’Azeglio, quello cioè di “fare gli italiani” una volta fatta l’Italia, è ancora oggi un sogno ben lontano dall’essere realizzato.

Il campanilismo italico quindi è tuttora molto forte e sentito, e si combatte su molti fronti. Anche su quello del lessico, con sfide a suon di parole e idiomi, e contese sulla maggiore o minore italianità e correttezza grammaticale di questo o quell’altro termine. Così, visto che oggi come detto, ricorrenza di San Giuseppe, è la Festa del papà, quale migliore occasione allora per gettarci anche noi in questo “agone lessicale” e fare un po’ di apologia della parola “babbo”?

Già, perchè proprio questo termine è, fra i vocaboli tipicamente toscani, forse quello che maggiormente viene fatto oggetto di contesa tra chi lo declassa a forma esclusivamente dialettale, e oltretutto poco corretto per la lingua italiana, e chi invece ne difende sia la correttezza che il suo diritto di cittadinanza nel nostro vocabolario, come appunto noi toscani; anche se, ad onor del vero, il termine “babbo” non è esclusivo della nostra regione.
Lo ritroviamo infatti in molti altri dialetti italiani; dall’umbro al sardo, con alcune “infiltrazioni” anche in territori limitrofi tipo l’alto Lazio, la Romagna e le Marche. Comunque sia, se il “condire” una conversazione con parole toscanissime come ad esempio “bischero”, “bercio” o “garbare”  genera negli interlocutori non toscani reazioni il più delle volte divertite, lo stesso non si può invece dire per “babbo”, il cui utilizzo infatti sortisce spesso un effetto opposto, che va dal semplice fastidio alla vera e propria ostilità, quasi fosse una parolaccia o un termine scorretto, o comunque sia poco elegante.

Chi ha avuto modo di frequentare persone originarie di altre regioni italiane e residenti qui in Toscana, avrà sicuramente constatato tale avversione al “babbo” nostrano, che spesso si manifesta anche con comportamenti “di autodifesa”, quasi si volessero scongiurare pericolosi “inquinamenti lessicali”. Ad esempio, vi sono genitori che proibiscono ai propri figli di utilizzare questo termine, insegnando loro a servirsi invece di “papà”, ritenuto più elegante e soprattutto corretto, linguisticamente parlando.

Ma le cose stanno veramente così? È davvero sbagliato dire babbo? Nella lingua italiana poi, è veramente papà la forma corretta, mentre babbo non sarebbe altro che un refuso dialettale oltretutto poco garbato e che niente ha a che vedere con la nostra lingua? Riteniamo che ciò non sia assolutamente vero. Anzi, che probabilmente è vero esattamente il contrario.
Quanto a correttezza infatti, il termine “babbo” è pari a papà, ed in effetti li ritroviamo ambedue in tutti i dizionari. Tra l’altro ha anche una connotazione più affettiva, confidenziale e meno formale di papà; come non ricordare a tal proposito il commovente «Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato!» con il quale Pinocchio si rivolse a Geppetto una volta salvato dal terribile pescecane?
Ma, soprattutto (ed è questo poi quello che interessa qui) babbo è ancor più italiano di quanto non lo sia papà.

E questo non lo diciamo noi che, in definitiva, potremmo anche essere di parte. Ma lo afferma invece un’autorità in questo campo, ovvero l’Accademia della Crusca, la quale, interpellata in merito, ha scritto che “Mentre babbo è una forma autoctona, papà è effettivamente un francesismo, benché di vecchia data”.
Come possiamo vedere quindi babbo sarebbe un termine più antico e radicato nel nostro Paese. Insomma, più italiano. Qualcosa allora di cui andare fieri, anzichè rifiutare quasi con sdegno.

A riprova di questo suo antico utilizzo (qualora ce ne fosse ancora bisogno), basti citare a mo’ di esempio, quello che Dante Alighieri scriveva nel XXXIII canto dell'Inferno, e cioè “ché non è impresa da pigliare a gabbo descriver fondo a tutto l'Universo, né da lingua, che chiami mamma, o babbo”.
Su questa supremazia in termini di italianità del vocabolo babbo rispetto a papà, non aveva dubbi nemmeno il letterato Giuseppe Frizzi, che nel 1865 scriveva che “Babbo è voce da fanciulli, ed è usata anche dagli adulti a significazione di affetto, [...] La voce Papà è una leziosaggine francese che suona nelle bocche di quegli sciocchi, i quali si pensano di mostrarsi più compiti scimmiottando gli stranieri”“

Ora, pur prendendo le distanze da un giudizio così troppo severo e caustico,  è però certo che davvero non si comprendono i motivi di tanta ostilità verso una parola che in definitiva in Italia utilizziamo già da moltissimi secoli. Probabilmente perchè, in altre regioni italiane il termine con il tempo, ha perso il suo significato originale assumendone un altro con un’accezione negativa. In Sicilia ad esempio, dire babbo è come dire babbeo, stupido. Non certo un modo  elegante e rispettoso per rivolgersi al proprio padre, non c’è dubbio!
Perciò possiamo anche capire una tale diffidenza. Ma, dal preferire una parola per i suddetti motivi, allo squalificare l’altra per fantomatiche ragioni storiche o di correttezza lessicale, ce ne passa.

E allora, anche se babbo vi suona un po’ sgradevole come parola, lasciatecelo pronunciare in tutta libertà, senza doverci rinfacciare inesistenti errori lessicali o, peggio ancora, una sua minore “italianità”. Perchè come abbiamo visto, questo non è assolutamente vero. E poi anche perchè, in tutta sincerità, a noi, pronunciare babbo, garba parecchio di più!

Andrea Verdiani

 

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